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C'è puzza di plutonio in quella Trisaia -
di Giacomo Amadori 14/2/2003
In un rapporto alla procura di Potenza confermati i sospetti su un presunto
traffico di materiale nuclear
"Nel centro ricerche Enea della Trisaia, hanno trovato tracce di
plutonio, dove non avrebbero dovuto essere". La fonte di Panorama,
autorevolissima, parla lentamente.
Sa di dire cose che susciteranno allarme. "Dopo due anni di rilievi sul
campo, alla procura di Potenza sono arrivati i risultati di una consulenza che
rilancia tutte le ipotesi. Anche le più inquietanti". Che, da Matera,
portano a Saddam Hussein e al suo arsenale nucleare in allestimento, oggi nel
mirino degli Usa.
Le "tracce" sarebbero state rinvenute nel cuore dell'impianto Itrec,
dove tra il 1975 e il 1978 è stato sperimentato un combustibile nucleare a base
di uranio e torio, considerato meno pericoloso dell'accoppiata uranio-plutonio,
ufficialmente mai utilizzata in Trisaia.
È, però, da tempo che i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di
Potenza temono che proprio là dentro sia stato prodotto, in gran segreto,
plutonio per traffici illeciti con paesi del Medio Oriente, Iraq in testa. Ora
il lavoro dei periti che hanno setacciato l'area della Trisaia sembra confermare
quei sospetti. O almeno non smentirli.
L'inchiesta, ferma agli accertamenti tecnici, si occupa di fatti che sarebbero
avvenuti dopo il 1990 e ipotizza il reato di traffico d'armi da guerra, visto
che elementi radioattivi come il plutonio sono componenti fondamentali degli
ordigni atomici. Per ora il fascicolo è contro ignoti, visto che la pista
che conduceva alla ‘ndrangheta e a settori deviati dei servizi segreti non ha
trovato riscontri.
Raggiunto da Panorama il procuratore di Potenza, Giuseppe Galante, sugli ultimi
sviluppi dice solo "no comment".
Ben diversa la reazione di Angelo Chimienti, un ecologista che da anni si batte
contro il presunto traffico di plutonio e uranio in Basilicata: "Finalmente
sta venendo fuori la verità" esulta. "È noto che quell'impianto era
versatile e non trattava solo uranio e torio".
Ipotesi a parte, i rapporti "esplosivi" tra Saddam e l'Italia sono
datati e ufficiali. Tutto iniziò alla fine degli anni 70 quando Snia, Techint e
Ansaldo, con la supervisione scientifica del Cnen (Comitato nazionale energia
nucleare), fornirono all'Iaec, l'agenzia atomica dell'Iraq, quattro laboratori
di ricerca nucleare. In quei mesi decine di ingegneri di Baghdad facevano viaggi
studio e si addestravano in Italia, anche alla Trisaia, ansiosi di recuperare il
gap tecnologico con l'Occidente. Si trattava di tecnici volenterosi che
imparavano presto.
Un esempio per tutti: dopo la guerra del Golfo, gli americani scoprirono che
il programma nucleare iracheno era portato avanti in gran segreto da Jaffar
Jaffar. Che, ovviamente, negli anni della collaborazione con il Cnen era di casa
a Roma e ne amava la dolce vita.
Le vicende di quegli anni sono raccolte nel libro di Claudio Gatti e Gail
Hammer Il quinto scenario. In appendice si trovano documenti come la
lettera riservata dell'allora presidente del Cnen Ezio Clementel al ministro
degli Esteri Arnaldo Forlani, con cui suggerisce di rispondere in modo
"parsimonioso" all'ambasciata americana ansiosa di avere lumi sulle
forniture italiane all'Iraq.
Non solo. Un promemoria della Snia-Techint del 1977 spiega che il paese
asiatico non sarebbe riuscito a produrre materiale fissile per una bomba
"se non dopo 8-10 anni dalla consegna dell'installazione". Quindi
alla fine degli anni 80.
Molto prima, nel 1981, gli israeliani hanno bombardato quei laboratori. Ma non i
cervelli che avevano studiato in Italia. Giacomo Amadori
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