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Storia di una sommossa indigena che ha riguardato il 1950 e le lotte dei braccianti agricoli lucani.
Sotto la torre dell'orologio
Correva l'anno 1950 ed era 1'ora del crepuscolo di una calda
giornata di fine aprile. L'enorme palla rossa del sole già s'era incastrata tra
i tetti delle ultime case e per le strade si cominciavano a vedere i primi
contadini che facevano ritorno dalla campagna. Il paese era un mucchio di case
sparse su una collina d'argilla che da oltre venti secoli ospitava l'antica
popolazione. Alla base della collina, lungo il corso del ruscello che
scorreva nella valle, nella terra gialla fatta di sabbia e ghiaia, una decina di
grotte continuavano a dare rifugio a pastori e a greggi. Il paese era povero ma come uno scrigno di ori e meraviglie
si apriva ai bambini che lì vi nascevano, dando loro forti radici e volontà
adulta di riscatto. Al suo centro una piazza risorgimentale raccoglieva i
commenti della domenica, quando gli uomini accompagnavano le loro donne alla
messa delle undici o, se giovani e non
sposati, andavano in chiesa per addocchiarle e corteggiarle.
La piazza era un quadrato cinto dai palazzi del vecchio convento, aperto su un lato lungo il quale scorreva l'unica strada lastricata in pietra vulcanica, il corso principale, che quando pioveva luccicava d'argento. Tutte le altre strade erano solo fango e pietra. Al centro del corso, in linea con l'antica badia benedettina di Santa Maria, si alzava la torre dell'orologio con la ringhiera di ferro battuto, in alto, che cingeva le campane.
Sul volgere del tramonto di quel giorno di fine aprile per il corso avanzava, dondolando sulla propria disgrazia, un anziano ciabattino di nome Somastro, paraplegico dalla nascita. E intorno alle sue stampelle il cane di Mimmo Diario (l'uomo che un giorno aveva spaventato, uccidendolo, un porcellino con una scorreggia), affannosamente saltellava ed abbaiava cercando di mordere il legno delle crucce. Il maialino era legato con una fune all' anello di un muro. La scorreggia fu come un tuono, imprevisto e potente. L'animale aveva pochi giorni di vita. A quel rumore ebbe uno scarto, battè la testa contro il muro e morì.
Don Nicola il farmacista, appoggiato ad un battente della farmacia con le mani incrociate dietro le spalle, vide la scena del cane e del ciabattino e gridò a Somastro di raggiungerlo per togliersi dai guai. "Sono abituato ai miei guai, don Nicò'" gli rispose con voce sincera Somastro che, cosi dicendo, saltò sul marciapiede, appoggiandosi su una delle due stampelle, mentre con l'altra riuscì, contemporaneamente e con grande prodezza acrobatica, a dare una bella staffillata sul muso del cane. Coda tra le gambe, e guaiando, l'animale scappò via andando ad accucciarsi ai piedi di Luciano Appicciacandele, cosi soprannominato perché, oltre a fare il sacrestano in chiesa dove accendeva e spegneva le candele, aveva sempre un mòccolo che gli pendeva, proprio come una candela, tra naso e bocca. Appicciacandele era seduto su una delle due panchine poste alla base della torre. Quando il cane gli si avvicinò lo accarezzò brontolando. Somastro lo guardò torvo. Un vecchio rancore divideva i due uomini che, com'era nella loro abitudine, anche questa volta si scambiarono reciproche occhiate di broncio.
Di fronte alla torre, sopra la farmacia, sedeva dietro i vetri di casa sua Donna Melina, la moglie del farmacista, che in compagnia di 'Ntonetta Centomani, o a volte di altre commare, era solita sferruzare interminabili gomitoli di pettegolezzo su tutti e tutto. "Stanno sempre diventando più litigiosi quei due" commentò Donna Melina che aveva assistito alla scena. "Chi?" rispose Centomani "quei due? Ma tu non sai l'ultima". E la raccontò. Intanto Somastro, con uno striminzito sorrisetto di soddisfazione che gli spuntava tra le labbra serrate, si risistemò le crucce sotto le ascelle e riprese il cammino. Il cane dopo una manciata di secondi cominciò a seguirlo.
Al1'altezza dell'arco del pesce, che aveva conosciuto tempi
ed usi più gloriosi, il ciabattino salutò Giovanni il Biondo, che si trovava
in compagnia di un uomo della Provincia che in paese tutti chiamavano il
Deputato. Non fece in tempo a salutarlo che il cane di nuovo riprese ad
abbaiargli contro. Il calzolaio, irritato, ricominciò a saettargli contro ora
l'una e ora l'altra delle stampelle nella speranza di ripetere il fortunato
colpo di poco prima. Nel frattempo i due uomini, Giovanni il Biondo e il Deputato,
si diressero verso una Balilla nera parcheggiata poco distante. Qui l'uomo della
Provincia salutò Giovanni, entrò in macchina, mise in moto e partì. Quando la macchina si avviò il maresciallo dei carabinieri
Tessera aveva appena girato l'angolo che dalla piazza portava ad una stradina
ciottolata e, fatti pochi passi, cominciò a salire i pochi gradini che davano al
negozio di Domenichello. Prima di varcarne la soglia attese che si avvicinasse
la vettura. Quindi girò il capo, vide e riconobbe la persona che era al volante
ed entrò nel negozio.
In piazza in quel momento c'erano poche altre persone: un contadino col suo asino che aveva appena svoltato dalla strada di Montelupino e un gruppetto di uomini che parlava sulla soglia dei circolo della caccia. Da questo gruppo si staccò il maestro Rindanti, soprannominato il maestro Palombella perchè da piccolo vendeva colombi. Questi si vvicinò a Giovanni il Biondo chiedendogli le ultime novità. Giovanni il giorno prima era stato per l'ennesima volta a Potenza, a parlare col Prefetto. Somastro era intanto scomparso girando t'angolo del negozio di zi Canio l'Americano, dal lato opposto della strada di Montelupino dove, si diceva, erano stati trovati, in tempi non molto lontani, in una tomba antica, una chiocciola con sette pulcini tutti d'oro.
Un giorno, riferendosi al maestro Rindanti, la madre di Giovanni aveva detto al figlio: " Gli devi dare del Voi adesso, anzi, non faresti male a chiamarlo don Michele. Non è più un colombaro, adesso è un maestro, una persona istruita, e tu gli devi portare rispetto". Giovanni, di fronte a queste radicate debolezze (che affondavano la loro ragione nella gerarchia sociale dei gruppi) di una donna come sua madre, che per altre cose sapeva essere forte ed orgogliosa, aveva abbassato impotente il capo. "Allora? Ho saputo che sei stato alla Provincia. Hai parlato col Prefetto?" "Non ne vuole sapere. Temporeggia. Ci ha venduto le solite chiacchiere: la legge verrà rispettata eccetera eccetera. Uno schifo". Giovanni s'era recato in città con la delegazione del Basso Bradano, comprendente sette Comuni, a protestare dal Prefetto per la mancata attuazione di una legge, varata dal Governo già da alcuni mesi, che obbligava i grandi proprietari terrieri ad assumere i braccianti agricoli in numero proporzionale all'estensione delle loro terre. Questa legge, detta dell'imponibile, fino ad allora non era stata rispettata.
Dall'inizio di marzo, per i lavori di
sarchiatura nei campi
seminati a grano, a frotte partivano i contadini dallo sperduto e millenario
villaggio del Sud dove le ore si succedevano ai secoli scanditi dal tempo della
stessa, uguale, antica povertà. A piedi e al sorgere deil'alba in più di
trecento raggiungevano, scendendo giù alla piana per la strada di Fontana dei
Monaci la piana di Cerasole e del Basentello. Giungevano a gruppetti nelle varie
masserie e lì si allineavano attendendo che il massaro o il padrone scegliesse
chi avesse dovuto lavorare quel giorno. La logica del proprietario era semplice:
il minimo della manodopera per il massimo dei profitti. "Tu, tu e tu -
diceva loro- e gli altri domani". Ma il domani non giungeva mai. Questa situazione di attesa e speranza, di rabbia e
delusione, aveva acceso gli animi dei contadini. Antica era la fame nel Sud, e
più antica ancora ardeva sotto la cenere della rassegnazione la brace ardente
della dignità e del riscatto.
"Possibile- commentò il maestro - che alla Provincia non si rendono conto della gravità della situazione? Che avete pensato di fare?" "Che abbiamo pensato ? che dobbiamo fare da noi, ecco che abbiamo pensato". "Don Michè'- si senti un vocione alle loro spalle - qua siamo soli e 'mò basta che qua ci muoviamo e facciamo veramente di testa nostra, chè ci siamo proprio stufati. Questi qua, i padroni, stanno come re. Fanno i porci comodi loro mentre noi muoriamo di fame". Era la voce di Nicola ù Brillante, grande lavoratore e per necessità ladro di gatti e galline. Anche i gatti calmavano la fame."La legge c'è - continuò Nicola- ma qui si continua a non lavorare. A me prudono le mani. Ah! lo so io che ci farei a quei fetenti! Ci cacciano via col due botti, lo sapete? E alle donne, quel porco del figlio di Boicchino, ha detto che se vogliono lavorare prima devono andare con lui sotto il ponte".
"Calma, calma Nicò', e non esageriamo". "Lo so, sono chiacchiere, perchè quant'è vero Iddio che se l'avessi sentito con le mie orecchie quel figlio di disgraziato a quest'ora stava già ad ingrassare i vermi". E preso dalla foga, che gli saliva da mani, cuore e cervello, Nicola continuò: "Bisogna andarli a prendere ad uno ad uno quei porci dei padroni, ecco quello che bisogna fare: legarli col cappio al collo e portarli dalla Giustizia. Perchè quelli, da soli, non ci andranno mai, non si piegheranno mai, mica 'so fessi!" Intervenne Giovanni: " Ma la Giustizia non sono i carabinieri, non solo i carabinieri" "E dove li portiamo? Se i carabinieri non sono la Giustizia, chi è allora la Giustizia?". Il maestro don Michele arricciò il naso. "Avete intenzione di portarli in caserma?", s'informò. E poi aggiunse: "Si tratta di sequestro di persona". "Ah! io non so cosa dico? Va bene, carabinieri o no qualcosa bisogna fare. E dobbiamo farlo da soli, contare solo sulle nostre forze. Lo so io come ci trattano. L'altro giorno quel maledetto di Macigni, ù spinazzolese, insieme al suo massaro a me e ad altri diciassette compagni miei ci ha accompagnati con la doppietta sino sulla strada fuori dalla masseria. Gli abbiamo detto di rispettare la legge e lui ha tirato fuori il fucile. Il fucile ci ha messo paura, tutti si volevano trovare il più lontano possibile dal fucile. Anch'io ho avuto paura. Ma la rabbia mi scavava dentro come una talpa. Avevo una zappa tra le mani. La stringevo forte. Domandate a Squaquascia se non è vero. Ogni tanto, quando ci hanno cacciati via, mi giravo indietro per guardare negli occhi quel cane del padrone. Quel cane che sta affamando mezzo paese. E quello, al quale non gli sfugge niente, se ne accorse e mi disse di pedalà, Nicò', se no oggi assaggi la terra. Hai ragione, pensavo tra me e me, hai ragione, mannaggia a chi so io, col fucile tra le mani si capisce chi ha ragione e chi è fess'".
"Insomma, 'sta benedetta legge dell'imponibile non la rispetta nessuno. E nessuno si muove". "Aspettano gli ordini dall'alto, Michè, per questo non si muovono. E poi lo sai come vanno certe cose. Tu l'hai sentito il gallo cantare nel porta-bagagli della jeep del maresciallo? No?! io l'ho sentito. Sono tutti corrotti, te lo dico io. E' un magna magna generale." "Non tutti, commentò il maestro, guarda che il sindaco è una brava persona". "Questo è vero, gli rispose Nicola, ed è pure vero che è uno che sa parlare bene. Ma sa solo parlare, questo è il fatto. Dice sempre mò vediamo. E che c'è ancora da vedere? E poi non abita neanche in paese ma a dieci chilometri da qui. Volete conoscere la mia impressione? Io di religione me ne intendo poco. C'è mia moglie che ci pensa pure per me, ma una volta ho sentito parlare del Verbo e della Parola, non ho capito veramente bene ma m'è sembrato di capire che si trattasse di una cosa buona ma anche lontana, astratta, proprio come il sindaco che abbiamo, appunto."
Mentre i tre uomini chiacchieravano si era fatto scuro. Il
sole era tramontato dietro la montagna del Vulture. Le rondini, che fino a poco
prima avevamo riempito ii cielo di disegni e stridii, ora avevano raggiunto i
loro nidi e tacevano. Il circolo dei cacciatori aveva chiuso i suoi battenti.
Anche il farmacista aveva chiuso il suo negozio e così Gerardo, che aveva il
suo salone da barbiere non molto distante. Le fioche lampadine
dell'illuminazione pubblica, appese alle loro bianche ciambelle di ferro
smaltato, si erano accese. S'era fatto tardi. Il maestro salutò i due uomini e,
accendendosi una sigaretta, s'allontanò. Rimasti soli, Nicola chiese a Giovanni
:" E allora?" "E' per domani". "Gli altri lo sanno?".
"Solo qualcuno. Il resto lo avviseremo stasera. E mi
raccomando! già hai parlato troppo stasera per i miei gusti. Un'altra cosa:
niente armi. Solo bastoni, zappe, manici di scopa". "E qualche mafalin' ben assestato no?"
"Stammi a sentire: forse li dobbiamo legare. Speriamo di
no. Perchè bisogna cercare di evitare qualsiasi tipo di violenza altrimenti la
galera, per dawero, non ce la toglie nessuno". "Giovà', quelli hanno i fucili!".
"E non solo la doppietta. Lo so. Qualcuno di loro ha
anche armi da guerra. Stammi a sentire: la sommossa la facciamo solo alla
masseria dei Santangelesi. A saperlo dobbiamo essere solo in tre o quattro del
gruppo che va da loro. Se la cosa riesce ci sposteremo alle altre masserie, in
massa, sperando di non allarmare massari e padroni. E appena li abbiamo
immobilizzati dobbiamo metterci alla ricerca delle armi da guerra che hanno.
Anche queste dobbiamo portare in caserma. Comunque ne riparliamo stasera, alla
Camera del lavoro. Tu nel frattempo non fiatare con nessuno. Neanche con tua
moglie. Se, non sia mai, si viene a sapere qualcosa in giro prima del previsto,
qua non succede niente. E passiamo pure i guai. Hai capito? A stasera,
allora". "A che ora?". "Tardi, più tardi è e meglio è".
Quando Enzino il Tenentino sobbalzò dal letto, per i
continui colpi battuti sulla porta di casa, già era notte fonda. L'uomo si
alzò con cautela, meravigliato che la moglie non si fosse svegliata limitandosi
solo a rigirarsi nel letto. Raggiunse la porta. "Chi è?" chiese a bassa voce.
"Sono io, R'cuccio. Vestiti, ché ti vogliono alla Camera del lavoro.
""A quest'ora?"."Certo, a quest'ora. E sbrigati". Ritornando sui suoi passi
Enzino si avvicinò al letto per
prendere i vestiti. Aveva appena allungato la mano verso la sedia che la moglie
gli chiese se già fosse ora di alzarsi. "No, dormi. E' presto. Mi vogliono
i compagni". Per una manciata di secondi la donna tacque. Poi, accorata,
gli disse: "Tu ti vai a mettere in guai seri. Stai attento a quello che
fai, tu e i tuoi compagni. Non ci andare, non ci andare". Enzino brontolò
che era roba da maschi, le donne non potevano capire. Si vestì in fretta e
furia ma nel mettersi le scarpe batté la testa contro un angolo del tavolo che
gli fece schizzar via dalla bocca una bestemmia e crude considerazioni su
disgrazie e povertà Una volta fuori guardò R'cuccio e gli fece un cenno col
capo a chiedergli che cosa fosse successo.
"E' per stamattina" gli rispose R'cuccio e poi in silenzio, senza aggiungere altro, i due uomini si avviarono verso la Camera del lavoro dove un gruppetto di cinque persone li stava attendendo.
Giovanni il Biondo spiegò, come aveva fatto prima con gli altri, anche ad Enzino il piano. "E se va male?" commentò l'uomo. "So' scampato alla guerra e vuoi vedere che qua, a casa mia, mi rovino per sempre? Se qualche testa calda che sta in mezzo a noi esagera e ci scappa il morto? Allora sì che siamo fregati. Tutti, nessuno escluso. Lo sapete, vero?" "C'é solo uno che può creare problemi. A quello, a Minervino, ci pensi tu a tenerlo a freno". "E poi, sinceramente -aggiunse Giovanni il Biondo- statemi a sentire: se qualcuno ha paura fa sempre in tempo a ritirarsi. Chiaro?". "Enzino ha ragione. Lascia stare la paura, Giovà'. Se finiamo in carcere chi ci pensa alle nostre famiglie?"."Chi ci pensa?! Ci pensa chi è rimasto, ecco chi ci pensa".
Giunse l'alba e all'alba questo gruppo di uomini partì, come
ogni mattina, come da sempre, alla volta della campagna. Ma a differenza delle
altre mattine quelli che sapevano non si accodarono alle chiacchiere di sempre.
Avevano il cuore in tumulto e il tascapane vuoto. Non ci sarebbe stato né il
tempo e né la voglia di buttar giù un boccone e, se tutto andava bene, quel
giorno a ben altro avrebbero rinunciato oltre al pane e ad un po' di
companatico: avrebbero rinunciato alla rassegnazione.I contadini giunsero alla casetta cantoniera (da dove,
suddividendosi in gruppi, ognuno avrebbe poi preso una strada diversa per
dirigersi alle varie masserie), quando il lenzuolo umido dell'aria del primo
mattino già s'era sollevato dal suo giaciglio, mentre il sole si alzava dietro
la collina del girasole e l'orchestra dei galli, tra l'abbaiare dei cani, aveva
iniziato a diffondere per la campagna le sue classiche note.
Nicola ù Brillante quella mattina eruttava con più vena del solito le sue abituali maledizioni al cielo e ai padroni. Ma c'era gioia nella sua voce e una strana luce negli occhi, a differenza delle altre volte. Quando gli uomini diretti alla masseria del Santagelesi arrivarono a destinazione si allinearono, com'era nella loro consuetudine, lungo una linea immaginaria a dieci passi dal pozzo. "Tu, tu e tu", disse loro il massaro. Nessuno si mosse. Erano una ventina. Il resto dei trecento s'era disperso in una decina di gruppi per i tratturi della campagna. Il massaro dei Santagelesi guardò i venti che, impassibili, continuavano a rimaner e immobili. "Non avete voglia di lavorare questa mattina?". "Secondo la legge dovremmo essere in quindici a lavorare su queste terre", rispose uno di loro con voce alterata. "Non c'é lavoro da queste parti per quindici persone"."La legge dice di sì"."La legge la fa il padrone", ribatté il massaro. Ci fu un attimo di silenzio. Una lunghissima manciata di secondi che fermò l'aria ed ogni suono. Era giunta I'ora in cui la storia di un popolo taglia il cordone ombelicale col suo passato e con uno strappo irreversibile si scaraventa in un altro destino. Vituccio gridò: "Alla 'recchia" e un passato di sopraffazione e miseria saltò in aria, come il tappo di un vulcano. Cinque uomini si avventarono sul massaro e lo immobilizzarono. Passarono i minuti. Avvolto in un telone, sotto la paglia di una mangiatoia non utilizzata, venne trovato un fucile mitragliatore. Passò mezz'ora. I cani non abbaiavano più. Regnava uno strano silenzio, come notturno, quando si senti lo sferragliare del calesse sui ciottoli del cammino che menava alla masseria.
"Sta arrivando". "Buongiorno don Cì' "'."Che è successo? Dove sta il massaro?". "E 'successa 'na disgrazia, don Cì'". "E parla! che: ti si è mozzata la lingua?". "Lo vedete questo bastone, don Cì'? non fate ilfesso ché ve lo spezzo sul collo". L'uomo impallidì. Capì in un baleno il pericolo che correva. Lanciò un grido al cavallo e mosse forte le redini. Dai locali della masseria uscirono gli altri. Il cavallo fu immobilizzato, l'uomo legato. Sudava freddo ed implorava: "Non fatemi del male, non fatemi del male".
Poi fu la volta delle altre masserie. Furono raggiunte dal
primo gruppo che avanzando si univa agli altri, ingrossandosi come una valanga che scende giù dalla
montagna. E finalmente, nel primo pomeriggio, trionfanti e chiassosi come una
fanfara, i contadini fecero il loro ingresso in paese. Dei quattro padroni che
riuscirono a prendere tre camminavano, mogi ed intimoriti, col gruppo di testa,
mentre l'ultimo sedeva su un povero asinello che sembrava stesse per spezzarsi
la schiena da un momento all'altro, tanto costui era grasso. La Giustizia li
attendeva. Fra due ali di folla padroni e braccianti si recarono in caserma, lì
dove la legge è uguale per tutti, e qui tredici dei contadini furono trattenuti
con l'accusa di sequestro di persona e violazione di domicilio. L'ultimo dei
tredici si consegnò spontaneamente. Erano le nove di sera. C'era un gran via
vai per le strade. Tutti chiedevano, tutti domandavano, tutti spiegavano, tutti
esultavano. Anche un uomo di nome Gaetano aveva partecipato alla sommossa e
stava raccontando la sua: "Ecco qua, queste sono cartucce da guerra! Le ho
trovate sotto il pagliericcio del massaro". "Bravo il fesso, le tieni
in tasca? valle a consegnare, che aspetti? Se scoprono che c'eri pure tu ed hai
le cartucce, passi i guai tuoi."
Preoccupato, Gaetano si recò in caserma e mostrò il suo piccolo trofeo al maresciallo. Questi gli chiese come aveva fatto a procurarsele. "In campagna, alla masseria tal dei tali. Perché c'ero anch'io". "Bene, e allora aspetta anche tu insieme agli altri", rispose il maresciallo indicandogli una cella. L'uomo vi entrò fiducioso, la porta era aperta anche se vi era un carabiniere sulla soglia. "Anche tu?" lo apostrofò un compagno vedendolo entrare. "Certo, sono venuto a testimoniare, ho portato le cartucce". "Hai fatto il tuo dovere!" "Perché, non dovevo farlo?" s'informò, allarmato, Gaetano. "Lo sai che stiamo a fare qui? siamo in galera". "Cosa? Noi pensavamo che steste aspettando l'ufficiale della tenenza per l'interrogatorio. E che poi uscivate". "Stiamo in galera, oggi in una cella di caserma e domani in un carcere vero". "Ma io in carcere non ci voglio andare. Ho la moglie in cinta. Chi ci pensa alla mia famiglia? E i padroni, che fine hanno fatto i padroni?". "Stanno di là in un'altra cella". Giunse l'indomani. Arrivò un camion della Provincia. I tredici braccianti vennero fatti salire. Per la strada la gente s'era sdraiata per terra. Non voleva quella partenza. Ma il camion riuscì ugualmente ad aprirsi un varco tra lacrime e rabbia. Dopo un paio d'ore l'automezzo raggiunse Potenza e gli uomini fecero il loro ingresso nel carcere provinciale.
"Avevamo pensato di ribellarci, di saltare giù dal
camion, di scappare - ricorda, molti anni dopo, un protagonista della vicenda
davanti al microfono di un registratore- ma dove potevamo andare? C'era la
miseria, allora. Non avevamo nemmeno i lacci alle scarpe. Mancavano pure quelli.
Oggi è diverso, c'è il benessere, abbiamo di che vestirci e tutto il resto. Ma
ieri era proprio brutto. Dove potevamo scappare, dove potevamo nasconderci, con
quali soldi, chi ci avrebbe aiutato nella clandestinità? Peccato che i tempi
siano cambiati…voglio dire, sì, stavamo male ieri mentre oggi si sta bene,
meno male che i tempi sono cambiati. Prendiamo me, per esempio: ho la casa e la
televisione, il frigorifero, ho la pensione, una famiglia felice. Guarda le
foto, ti faccio vedere che non racconto frottole, guarda: questo a destra è mio
figlio, vive a Torino da ventidue anni, e questa è la sua famiglia, hai visto
che bei figli che ha? E guarda quest'altra foto, è di mia figlia col marito,
vivono a Monaco, in Germania. Viviamo lontani, loro vengono qui solo d'estate,
quando hanno le ferie, ma c'é la salute, ecco, quando c'é la salute c'é
tutto. Ieri non c'era neanche questa. Tanta gente moriva giovane, anche per
un'appendicite o per un'infezione ai denti o per un'ernia. Quelli che campavano
a lungo erano pochi. Quante bare bianche di bambini si vedevano in un anno, in
un mese. E le loro mamme! quante ne morivano per un aborto andato male o per una
emorragia dopo il parto. E poi c'era la fame, quella vera. Era brutto, brutti
tempi. Mamma mia che miseria. I mariti rimasti vedovi per risposarsi andavano a
prendersi la moglie nei manicomi di Potenza o di Bisceglie. Oggi tutto questo,
grazie a Dio, non succede più. Abbiamo la salute, le medicine gratis, gli
ospedali gratis, tutti quanti vanno a scuola e lo stomaco è sempre pieno anche
se, forse, non lo so, non vorrei sbagliare, ma mi sembra che oggi le persone,
nonostante il benessere e tutto il resto, siano un po’ più infelici di quanto
lo erano quelli della mia generazione, di quando c'era la miseria che oggi non
c'è ma c'è la lontananza, con tutte queste persone di famiglia che vivono
lontane, con queste emigrazioni che non sono ancora finite, che non finiscono
mai. Uno, per esempio, anche se è studente e si iscrive all'università dopo,
quando s'è laureato, è difficile che torna. Una volta partiti non si torna
più. Uno vince il concorso di un posto pubblico a Milano o a Bologna e chi lo
rivede più. Tutti i motivi sono buoni per andarsene e non tornare più. Anche se
con il pensiero gli emigrati non vorrebbero mai essere partiti.
Ma questa è un'altra storia. Certo che rifarei anche oggi la sommossa che m'è costata quasi un anno di prigione, ma la rifarei con meno illusione, ecco. La terra per la quale ho lottato non ha dato i frutti che noi all'epoca speravamo. E' rimasta una terra ingrata, hai voglia a combattere. E' povera, continua ad essere sempre e soltanto povera. Certo non come prima. Adesso c'è un altro tipo di povertà. Chissà qual'è peggio, tra quella di prima e quella di adesso. Oggi tutti si credono chissà chi, per quei quattro soldi che hanno alla Posta o quel pezzo di carta che hanno i figli e i nipoti: tutti medici ed ingegneri. Come se l'intelligenza dipendesse da queste carte colorate. Tutti, poi, che credono di avere chissà quale santo in paradiso. Tutti, poi, che quando aprono bocca sono scienziati e giudici di alta corte: sanno tutto loro. Mamma mia che schifo di tempi. Io, te lo giuro, non ho lottato per questa società di individualisti o per questa specie di mafia politica che gira e rigira e mai che si vede un progresso vero, solo imbiancate di facciata, per questo è mafia, sa pensare bene ai propri interessi e basta e se pure non spara sempre mafia è. Se ti capita un giorno scrivila la storia di oggi. Io sarò senz'altro già morto e sepolto, ma hai visto le fotografie della mia famiglia, lo sguardo intelligente dei miei nipoti: loro sapranno aiutarti a scrivere della povertà di oggi. E delle ingiustizie di oggi. E chissà che non riusciate ad organizzare un'altra bella sommossa, più bella di quella che ho fatto io, non con le armi o i bastoni, non con i padroni da legare. Oggi la pancia è piena. E i padroni è difficile sapere dove stanno e chi sono. Guardati intorno: è tutto deserto. Dove sono nascosti i padroni di oggi, come si sono camuffati per non farsi riconoscere? Andateli a snidare. Perché c'è tutto questo deserto, chi l'ha voluto, a chi fa comodo? Questo deserto fa male alla testa e al cuore."
Gli rispondo che un giorno le cose cambieranno, che piano piano già stanno cambiando, bisogna solo avere un po’ di pazienza e che le sommosse, comunque, è meglio lasciarle perdere perché fanno tutte una brutta fine. "E allora che bisogna fare: aspettare, solo aspettare, sempre aspettare?" e così dicendo l'anziano bracciante mi restituisce il microfono e si allontana, lasciandomi solo nella vecchia piazza dove una volta c'era una torre con l'orologio.
L'evento storico
- Il racconto narra della sommossa, avvenuta il 4 aprile del 1950, dei braccianti agricoli di Banzi contro i proprietari terrieri che non applicavano la legge detta dell'imponibile. Per la partecipazione alla sommossa furono rinviati a giudizio 236 braccianti e 4 proprietari terrieri di cui tre pugliesi ed uno palazzese. In particolare 13 braccianti e 4 proprietari furono arrestati il 4 aprile del 1950; 12 braccianti furono invece arrestati tra il 23 aprile e ll 18 giugno del 1950. Gli altri furono denunciati ma non conobbero la prigione. Il 15 maggio del 1954 dei 25 braccianti arrestati 10 furono dichiarati colpevoli di violenza privata e di violazione di domicilio e condannati a 7 mesi di reclusione; 14 di sola violenza privata con attenuanti e condannati a 2 mesi di reclusione; ad uno fu riconosciuto di non aver commesso reato. Per tutti gli altri ci fu la pena sospesa o perché vennero assolti o perché la pena già era stata espiata con la custodia preventiva. I proprietari furono invece condannati al pagamento di multe per reati connessi al porto abusivo di armi, ma per tre di loro ci fu anche la condanna alla reclusione. In particolare uno fu condannato a 6 mesi di reclusione, un altro ad 1 anno e 10 mesi mentre il terso a 15 giorni.
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