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16. La Dea Madre e il Culto Betilico Autore: Andrea Romanazzi: "La Dea Madre e il culto Betilico: Antiche conoscenze tra mito e folklore" -Levante Editore Feb.2003 (Marzo 2003) - La società e la cultura moderna presentano oggi, con nuove vesti, antichi retaggi culturali e rituali pagani che il tempo non è mai riuscito a cancellare del tutto ma solo a nasconderli, anche sotto nuove vesti spesso inglobate e fatte proprie dalle attuali religioni seppure con le inevitabili e logiche metamorfosi dovute ai tempi . Cambiano i nomi ma non il bisogno, la ricerca, il simbolismo, la necessità di una fede, di una spiegazione, di un'attesa. Ed è così che dai recessi dei tempi remoti la Dea Madre è continuata nei secoli a vivere giungendo fino ai nostri giorni, divinità dai tanti nomi: Iside, Isthar, Venere, Gaia, Epona, e che oggi potremmo identificare con le numerose Vergini Nere presenti in tutto il mondo di fede giudaico-cristiana. Ed è sempre dal passato, dai profondi recessi dell'antichità umana, che sono giunti fino ai tempi moderni i più semplici ed ancestrali templi della religione che da sempre accompagna l'uomo: le pietre, potenti segni simbolici di culto, di mistero e potere.
Addentrandosi tra miti e leggende, l'Autore ci conduce nel cuore delle "foreste di pietra" , tra i menhir , i dolmen e i cromlech sparsi in tutta Europa per raccontarci che "il culto delle pietre va ben oltre l’adorazione to court di menhir e dolmen, esso è legato ad una serie di rituali naturali spesso differenti tra loro ma tutti riconducibili all’idea della roccia come tramite tra le divinità", una coniuctio tra l’elemento femminile, il principio produttore, e quello maschile, il principio ingravidatore. L’Autore formula così una interessante ipotesi: "la roccia infissa nel terreno diventa facile metafora dell’atto di fecondazione, essa è il tramite attraverso il quale il dio può ingravidare la sua sposa e renderla fertile". In una visione microcosmica "i rituali di fertilità legati alla natura diventano riti legati alla fecondità della donna", nasce così una vera e propria "cerca", attraverso il fitto e intricato mondo delle tradizioni e del folklore italiano dalla Val d’Aosta alla Puglia e alla Basilicata, di rituali per assicurare la fertilità alle giovani donne spesso celati sotto le nuove vesti della religione Cristiana "con una vera e propria opera di sincretismo da parte dei sacerdoti…che sostituiscono la vecchia dea madre con la Vergine Maria", la cui ricerca su tutto il territorio nazionale porterà il lettore in luoghi e santuari "ove ancora oggi si può ascoltare la magica atmosfera di antiche tradizioni", echi di antiche reminiscenze ma |
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19. I boschi della memoria Autore: Canio Franculli- EditricErmes 2006 di Maria Donata Di Stefano Se un testo narrativo non si limita ad esporre la cronologia degli eventi, intervallando le sequenze descrittive o riflessive che siano a considerazioni esistenziali, la raccolta di racconti I boschi della memoria di Canio Franculli –EditricErmes Potenza 2006-, incontrerebbe l’interesse non solo dei lettori lucani, che inevitabilmente proietterebbero in essa echi di memoria, ma di chiunque ricerchi nel viaggio il luogo ideale di un approdo esistenziale. E di un viaggio tratta la trama dei venti racconti, attraverso una terra in parte reale e in parte immaginaria, Lucania, che si identifica a volte con la regione geografica omonima (nel non ancora risolto dilemma Lucania o Basilicata) o con un luogo non ben definito di essa. Scritti prevalentemente con la tecnica dello spaesamento (che la lingua tedesca permetterebbe di definire, con una parola particolarmente pregnante, unheimlich), in tutti i racconti è presente un’aspirazione al riscatto, l’inconsapevole tensione verso una meta, la cui consapevolezza è indispensabile perché possa essere superata. E’ presente infatti la sensazione di vivere in un luogo da cui volersi allontanare e da cui però, inevitabilmente si è attratti al fine di porre le radici, come fanno fede i primi racconti centrati sull’infanzia, ma che non escludono un’intima inquietudine sempre riaffiorante e il bisogno risorgente di potersene successivamente distanziare. Non diciamo certamente che è solo un pretesto l’ambientazione lucana e meridionale dei racconti, ma nell’ultimo di essi, dal titolo Autostrade fiorentine, essa più che un epilogo è un’occasione che apre il varco alla ricerca di un luogo ideale, che forse non esiste, e che probabilmente si esaurisce nella volontà della ricerca stessa. Ove si considerino le strutture narrative, il racconto presenta un narratore omodiegetico, e, di conseguenza, onnisciente, esprimendo una confessione finale dell’autore, il quale si è rivelato, dopo essersi celato nei protagonisti e antagonisti dei racconti precedenti. Una ricerca del nuovo anima certamente il protagonista, una ricerca che non si contenta più neanche della visione delle opere d’arte e dell’architettura italiana, le quali non esauriscono il loro messaggio nella percezione delle forme, ma spingono lungo un percorso nuovo verso un’inconsapevole ricerca di sé sulla strada della libertà da vincoli e da stereotipi che, se da un canto tarpano le ali, dall’altro, come altrettante tappe che segnano un cammino in progresso, testimoniano il desiderio di una personale evoluzione.Se il motivo del viaggio non può non far pensare all’ulisseismo moderno, anche il punto di vista stilistico ci porta a stabilire un confronto con i moderni scrittori della nostra avanguardia, come tradisce il susseguirsi dei pensieri, espressi con una deliberata omissione di punteggiatura, quasi a sottolineare in un delirio logorroico l’inquietudine ossessiva di un’anima che non si ferma un istante, ma che di essi ha pur sempre bisogno, non fosse altro perché “ I pensieri non si lavano, non conoscono la muffa del tempo o la furbizia dei deboli. I pensieri sono solo pensieri: sanno sempre di profumo e non si sporcano mai, possiamo rinunciare a tutto ma non alla mongolfiera dei nostri pensieri…”. Tutto ciò non è in contraddizione con l’etimo della parola mente, che è la sede in cui essi si raccolgono. Paradossalmente la mente, il mento, fondamentalmente, i lineamenti, tutte voci del verbo mentire rimandano ad una dicotomia tra la leggerezza dei pensieri e la struttura che li contiene. La tecnica del montaggio dei racconti, ben calibrata, alterna armoniosamente sequenze descrittive o narrative a meditazioni esistenziali e si serve del verosimile, in alcune occasioni, e del fantastico e surreale in altri. In questi ultimi casi si toccano temi pregnanti che rimandano all’eterno interrogarsi sul senso del tempo, della vita, e della morte: è qui che l’autore, con la magia delle parole, tocca vette di intensità sublime: ”Sei nel luogo dove tutto giunge[…] Quando si giunge in questo luogo si sa tutto al di là del presente e del passato. E la vita e la morte saranno due parole, confuse tra di loro, dove tutti i tempi e tutti i luoghi si daranno appuntamento…”. La dissoluzione della carne, tuttavia, non è dissoluzione della coscienza e se è raccapricciante l’immagine dei vermi che consumano le mani del neonato, è un anelito alla speranza il libero fluire delle anime, una volta liberatesi della materia.In questi passi, di un realismo estremo, sono presenti echi di un epicureismo rivisitato da una lucreziana memoria:…”Siamo energia che viaggia e che viaggiando cambia forma, tragitto, significato…”; ma se Lucrezio parla di scomposizione degli atomi per spiegare e scongiurare la paura della morte, Canio Franculli va oltre, fino alla confluenza dell’essere in un’energia divina:…”Toccare il fondo e sentire di essere finalmente arrivati nel luogo non più segreto della nascita e della vita[…]. Nel cosmo Dio, che è tutto e niente di ciò che pensi, attende anche te per essere…”. Lo spaesamento, più o meno realistico descritto nei racconti, è dunque anelito e ricerca di qualcosa che va oltre i limiti fisici dell’universo e si risolve nell’ineffabile, in un luogo dove non esistono parole, eppure si comunica o semplicemente si è:”Non parliamo. Siamo. Comunichiamo ma non parliamo. Sei come foglia mossa dal vento, vai, ma non sai dove[…]. Qui non c’è nulla da dimostrare che già non sia stato dimostrato come indimostrabile, Qui si è e tanto basta..,” Il libro, data la sua ricchezza di spunti, avrebbe bisogno certamente di altre e più puntuali argomentazioni, ma sia sufficiente quanto si è detto, anche per non privare il lettore del piacere di addentrarsi nella trama dei venti racconti e di ritrovare in essi raccordi con il suo mondo interiore, le sue inquietudini, le sue aspirazioni. |