Castelli di Basilicata 

 

                 

        Palazzo San Gervasio 


Tra nobildonne ed opere d’arte: ultimi bagliori di grandezza del castello di Palazzo San Gervasio

 (...) al tempo della principessa di Fondi D. Costanza, figlia del marchese Giannandrea De Marinis, le stanze (del castello) erano quasi sempre allietate dalla presenza di questa nobildonna che aveva gusti raffinati ed elevatezza di spirito, a detta dell'Ing. Arch. Giuseppe d'Errico (1818-1874), suo contemporaneo e di Palazzo San Gervasio, del quale ci è pervenuto attraverso eredi un breve manoscritto da cui si rileva che la gentile signora teneva ben arredate le sale del castello con ricchi mobili e con quadri di celebri artisti che l'adornavano: una vera,  piccola, ma graziosa ed importante pinacoteca con dipinti raccolti con cura, gusto e signorilità. «Nelle diverse sale—racconta il d'Errico—vi erano quadri di artisti della scuola napoletana del '600 e del '700; sospeso al muro della parte ovest del castel­lo, vi era un dipinto del maestro napoletano del Seicento: Domenico Gargiulo detto Micco Spadari (16l2-l679) e che raffigurava Mosè mentre Si accingeva a varcare, con il popolo di Israele, l'arabo Reno ». Sulla riva opposta vi erano rappresentati da una parte gli Israeliti che ammiravano stupefatti le falangi del Faraone che venivano sommerse dal fiume che si apriva sotto di loro; dall'altra i Patriarchi che mormoravano contro il loro condottiero, mentre questi, con la sua verga magica, sommergeva l'esercito egiziano nella profondità dell'Eratno.

«Dirimpetto a questo primo quadro ve ne era un altro—sempre secondo il d`Errico—di otto palmi per quattro, capolavoro di Salvator Rosa (1615-1673), altro grande pittore napoletano del Seicento, rappresentante il pio Goffredo di Buglione nell'atto di liberare il sepolcro di Cristo, mentre un religioso era intento a fasciargli le ferite che l'eroe aveva riportato sotto le mura di Gerusalemme». Gli sguardi di tutti i crociati sembravano rivolti a lui, mentr'era in atteggiamento ilare e incoraggiante, con gli occhi, i combattenti spronandoli a rinnovare presso le mura di Gerusalemme la vittoria delle aquile romane riportate dall'imperatore Tito nel 70 d.C. Si ammiravano dall'altra parte i crociati che, spezzate le scimitarre musulmane, facevano una strage spaventosa dei guerrieri giannizzeri.   

Nella stanza prospiciente la campagna vi era un dipinto rappresentante la nascita di Gesú Cristo, opera del celebre pit­tore napoletano Luca Giordano (1632-1705), con un Angelo in atteggiamento di intonare l'inno di gloria al Signore dei cieli e annunziante la pace in terra agli uomini di buona volontà; la Madonna era nell'atto di mostrare ai pastori genuflessi il Redentore; il suo sposo Giuseppe, invece, quasi nascosto, sembrava meditare in tanta povertà, la grandezza di Dio.

Sempre nella stessa galleria vi era un quadro di Paolo Caliari, detto il Veronese dalla sua città natale (1528-1588), rap­presentante il Redentore redivivo che sedeva a mensa nel ca­stello di Emmaus con Cleopa e il suo compagno. Vi era anche rappresentata la scena del Cristo nell'atto di dare da mangiare il proprio corpo, sotto gli accidenti del pane consacrato; infine l'immagine di Cleopa e del suo compagno che miravano esta­siati il trionfatore della morte.

Seguiva ancora un quadro di Pietro Berrettini da Cortona (1596-1669), che rappresentava la conversione della donna di Magdala mentre si prostrava dinanzi al Cristo in croce. E poi un quadro di Michelangelo Merisi (1573-1610), detto il Caravaggio, di tre palmi e mezzo per due, rappresentante la scena dello sventurato Giacobbe a cui viene consegnata la spoglia insanguinata del figlio Giuseppe da parte dei perfidi fratelli i quali asserivano di aver visto una fiera azzannare il corpo esa­nime del fratello.

«Nelle altre stanze, stando al d'Errico, vi erano molti qua­dri rappresentanti volatili, cacciagioni di ogni specie, boschi e campagne; nature morte rappresentanti pesci, frutta diverse edaltre cose simili di allievi della scuola fiamminga». Vi erano due quadri attribuiti a Gian Francesco Barbieri (1591-1666), detto il Guercino, di palmi 12 di altezza per sei rappresentante il primo, San Paolo eremita in atto di ricevere     dal corvo il mistico pane della salvezza nel deserto; il secondo, S. Agostino con il libro del De Civitate Dei aperto davanti a lui e con l'indice della mano rivolto al cielo come per accennare alle genti le adamantine porte del Paradiso. Un quadro di Jacopo Robusti, detto Tintoretto (1518-1594), rappresentava il famoso medico veneziano Girolamo Fracastoro. E infine una tela il cui soggetto era la Sacra famiglia, opera di Federico Barocci (1535-1612), primo allievo del grande Raffaello.        

Molte di queste opere furono in seguito acquistate dalla famiglia d'Errico da parte di D. Camillo (1821-1897), sindaco di Palazzo per ben trent'anni 61 a, munifico mecenate e cultore di belle arti, il quale costituí poi una raccolta straordinaria di quadri di ingente valore artistico costituenti la pinacoteca d'Errico fondata dallo stesso con quasi 300 quadri d'autore celebri della Scuola napoletana.  

      

("Palazzo San Gervasio e il suo castello" di Gino Leone, Schena editore, Fasano di Brindisi 1985)