Impressioni di viaggio |
Territori
d'ombra: dalla pedofilia alla tratta. La Commissione regionale per la
parità e le pari opportunità tra uomo e donna il 27 marzo del 2003 ha proposto
questo tema in un convegno tenutosi al mattino a Venosa e nel pomeriggio a
Melfi. Si riporta l'intervento del dirigente scolastico dell'ITCG D'errico di
Palazzo San Gervasio essendo stato l'unico intervento, tra quelli tenutisi a
Venosa, che non ha citato né la pedofilia nè la tratta. Si precisa che a causa
del poco tempo a disposizione la relazione che segue è quella completa che
però non è stata letta tutta durante l'intervento.
" La qualità quale prevenzione - Perché la qualità quale prevenzione? La tesi che sto per esporre è molto semplice: con la promozione della qualità si dovrebbe prevenire e ridurre lo stato del malessere, l'ipotetica zona d'ombra. Migliorando la qualità della vita si dovrebbe scongiurare il pericolo che i problemi possano cronicizzarsi o assumere caratteristiche patologiche.
Ma che significa, cos'é una " zona d'ombra" ? Zona d'ombra è un concetto dal significato apparentemente chiaro, in realtà ambiguo e sfuggente. E' zona d'ombra ciò che vive non in pieno sole ma in una semi-oscurità che occulta. Ma anche ciò che vive in pieno sole è difficile da cogliere nella sua pienezza. Il sole è accecante. Quali sono le zone d'ombra lungo il percorso che è quello della vita di un uomo o di un popolo? Nel corso del tempo si cambia dentro, ma anche ciò che convenzionalmente viene collocato fuori cambia. La vita è un continuo divenire. In una delle sue fasi più importanti il momento del cambiamento è necessariamente ombroso. La zona d'ombra è dunque anche il luogo dove si cambia, il luogo demandato al cambiamento dove cambia ciò che si vede. E' perciò anche e soprattutto il luogo dell'originalità e, contemporaneamente, del conflitto.
E’ nelle zone d'ombra che si compiono i destini. Ma qui ed ora, nel misterioso luogo del destino, non vi è possibilità di applicazione della scienza. La zona d'ombra si connota perciò come zona pericolosa, senz'altro esoterica, senz'altro affascinante e misteriosa, senz'altro sacra e numinosa ma di difficile collocazione nella cultura occidentale. L'Occidente, produttore della scienza, quell'Occidente che posto davanti al bivio originale della sua civiltà, data dai due percorsi di pensiero indicati da Socrate e Platone, ha scelto la strada di Platone, quella della parola scritta e perciò della scienza, la strada di ciò che si vede ed è sperimentabile ovunque e da chiunque, tendente verso un linguaggio comprensivo comune, quello scientifico-sperimentale, quest'Occidente è impotente verso ciò che non riesce a definire. Ha problemi di convivenza con il mistero e l'ambiguo, perché essi scardinano il suo modello e il suo percorso di civiltà.
La zona d'ombra ha perciò significato culturalmente negativo nel pensiero occidentale, nell'immaginario pubblico.La zona d'ombra non trova spazio neanche nella religione giudaico-cristiana della civiltà occidentale dove tutto è ben definito ed inquadrato: Dio è solo e totalmente buono, tutto il male sta nell'angelo ribelle divenuto demonio. Fra le due entità del bene e del male non c'è nessuna zona comune di confine. Nessuna zona d'ombra le caratterizza. Sono nettamente separate tra di loro.
La zona d'ombra, la zona della non chiarezza, è come un germoglio, non sappiamo ancora se di erba gramigna o di quercia. C'è un momento embrionale della crescita in cui la vita e la sua natura sembrano uguali per tutti e tutto. Nel grande gioco del divenire cangiante, della vita che provenendo dal buio va verso la luce, e della luce stessa che al tramonto è inghiottita dal buio ciò che prima era norma può essere diventato o diventare, proibizione, tabù o reato e finire nella zona dell'ombra, nel regno dell'ombra così ben descritto nelle grandi favole di origine anglosassone dove il regno dell'ombra e i suoi signori combattono contro il regno della luce. Tolkien, che era un docente universitario di letteratura inglese, racconta di questa lotta primordiale nel suo Signore degli anelli: libro che va letto prima di essere film che va visto.
Le zone d'ombra possono essere osservate anche attraverso l'esame delle zolle geografiche della cultura contemporanea dei popoli. E scoprire che ciò che contiene di ombroso e proibito la zona d'ombra di un popolo non necessariamente è valido per un altro popolo. Faccio degli esempi.
Nella zolla culturale dell'ombra occidentale ci possiamo mettere quanto di più aberrante l'uomo pensiamo possa compiere: un atto di cannibalismo. E per parlarne noi occidentali scriviamo libri o produciamo film come Hannibal, che vanno a recuperare una primitività archetipica sconosciuta e proibita nella condotta culturale contemporanea. Se però cambiamo zolla geografica e andiamo a sbirciare nella cultura di sperduti gruppi ancora esistenti di aborigeni che vivono in isolate macchie della giungla, qui non vi troviamo il cannibalismo = ad orrore. Qui il cannibalismo ha assunto forme sacro-religiose e rituali. Qui l'orrore è rappresentato dai significati simbolici che vengono attribuiti ai nostri prodotti tecnologici.
Cos'è dunque la zona d'ombra? E' uno dei tanti universi possibili. La mia zona d'ombra non è LA zona d'ombra. Ognuno ha la propria zona d'ombra.
Passando ora dall'epistemologia all'analisi territoriale potremmo individuare e confrontarci sulle zone d’ombra di servizi e strutture del nostro territorio. La tratta e la pedofilia sono argomenti specifici che non ci riguardano in maniera significativa. Sono, inoltre, argomenti che richiedono una certa specializzazione sia nella conoscenza della loro natura che dei dati che li riguardano. Mi sembra di aver capito che il tema principale di questo incontro sia più generalmente la zona d’ombra. E dunque mi pongo il problema come capo d'istituto, fortemente interessato a promuovere la qualità del territorio (per le obiettive ricadute positive nell'ambiente sociale e scolastico) di riflettere sulle zone d’ombra della nostra realtà regionale, sui nostri servizi e sulle nostre strutture. Ricordiamoci che la prima pagina del Piano dell'Offerta Formativa è l'analisi del territorio. Un territorio sano, attento alla propria salute, interessa enormemente alla scuola.
Poiché l'argomento è vasto propongo di entrarvi utilizzando quale chiave di lettura una frase di Raffaele Nigro (a pag. 20 di "Viaggio in Basilicata", M. Adda Editore, Bari, 2002). "Dovunque in queste terre i terremoti frequenti e gli zoccoli dei cavalli, la storia che l'ha attraversata di sfuggita correndo per altri luoghi, hanno seppellito poemi, documenti, monumenti e cronache. Dovunque, alle ruspe, ai picconi, ai raschietti, la Basilicata racconta con avarizia vicende da riscrivere in una lingua più ferma, capace di decifrare il passato, prossimo e remoto, travolto dagli eventi"
Dunque: tutto in Basilicata è lento e precario. Non c'è continuità tra i vecchi che lasciano e i nuovi che arrivano. L'ultimo nulla o poco sa di chi l'ha preceduto. Non è interessato a saperlo. Ha sempre dell'altro da inseguire, da cui è inseguito. Anche Nigro, che è uno scrittore raffinato, attento e sofisticato, quando si avventura nella storia commette dei grossolani errori di distrazione o di superficialità. ( Vedi per esempio, ma non solo, la storia del re Italo e delle Tavole Bantine).
Manca da noi l'identità collettiva, viviamo da separati in casa, non ci conosciamo, distanze ancestrali ci allontanano, minuzie domestiche ci separano e troppo pochi sono gli anni di un diffuso benessere sociale per permettere fisiologicamente che embrionali intenti di sforzi, che pur si vedono, possano dare i loro frutti a breve tempo.
Parlando di Sinisgalli (poeta di cui conservo la testimonianza di chi pubblicamente è stato testimone del suo profondo rancore contro i suoi cittadini lucani bestemmiandoli sinceramente e senza mezzi termini mentre si aggirava con passi furiosi ed avviliti lungo i Sassi di Matera),
Sinisgalli, riporta R. Nigro, "...amò la Basilicata come tutti l'abbiamo amata, con struggimento e con tradimento. Fuggiva la sua miseria, la sua arcaicità, salvo poi a ricostruirla nel sentimento e nell'immaginazione, ad anelarvi tutta la vita.
Amava Sinisgalli la sua terra? Certo che l'amava, rispose il poeta-matematico all'intervistatore Mario Trufelli. -Al punto di tornarvi?, gli chiese il giornalista- No, questo no, ma da morto senz'altro. Sinisgalli aveva vissuto come Quasimodo, aspettando il treno che l'avrebbe costretto a tornare per sempre in Basilicata."
Questa è la Basilicata. Chi conta difficilmente vi abita. Le voci che hanno cuore ed intelligenza non vi parlano dal suo interno, hanno bisogno delle distanze per essere schiette, libere e sufficientemente profonde. Un meccanismo di rigetto le allontana. E' un meccanismo sia endogeno che esogeno. Ad attivarlo vi contribuiscono senz'altro anche le forze locali al potere, diretto o indiretto che sia, rappresentati un po’ da chiunque dai presidi di scuola o dagli assessori alla regione.
Vi è un humus di rigetto legato alle caratteristiche di questa terra, e su cui si giustifica lo spopolamento, che va spiegato. Ma nessuno ce lo spiega. Mi piacerebbe, ma per davvero, sapere cosa ne dicono a proposito le indagini pagate ed effettuate dagli enti pubblici, come quella per es. del Cresme sull'identità lucana. Non se ne è mai saputo niente a livello di informazione pubblica. Mai niente di preciso e puntuale a tal proposito è giunto nelle scuole o nei comuni provenendo dagli uffici pubblici della Regione o della Provincia. Solo locandine, centinaia di locandine per ogni tipo di convegno, solo questo è sempre arrivato e continua ad arrivare puntuale e sistematico. Ma dei risultati delle indagini che i convegni spesso propongono, promuovono ed affidano non ce n'è notizia in nessun luogo. Tutto tace. Silenzio. Sembra proibito anche parlarne. La gente che si vorrebbe fosse interessata a questi argomenti è invece, sempre più spesso, impegnata a pensare già ad altro, a correre dietro ad un altro convegno, pertanto non ha neanche materialmente il tempo necessario per conoscere gli eventuali esiti derivanti dalle proposte programmatiche e dagli impegni presi nel convegno precedente. Il sistema ha prodotto una specie di nuovo protagonista dei quadri, spesso di origine politica, che se ne va in giro da un convegno ad un altro tra missioni ed indennità speciali, e non solo naturalmente nella nostra regione, impegnato ad illustrare argomenti di cui, oltre le apparenze di circostanza, si ha il sospetto che non sappia nulla.
In Lucania abbiamo la specificità delle nostre cifre a darci un'identità. Sono cifre che si caratterizzano per la loro marcata vocazione ad abbassarsi. E' un tipo di cifre che sembrano per davvero caratterizzarci. Tra il 1876 e il 1905 ben 264.432 persone emigrarono per l'America e il Brasile (p.166 R.Nigro). Nel 1861 eravamo 493.000 abitanti, dopo un pò se ne andarono, dunque, in più di duecentomila. 12.000 furono i morti per l'unità d'Italia, presumibilmente tra il 1861 e il 1865.
Questa regione si spopola passando dal malessere generale degli anni dell'ultima ondata emigratoria (10 milioni di emigrati dal Sud dal 1957 al 1967) al benessere diffuso di oggi che si connota anche per la caratteristica, sconosciuta fino a pochi decenni or sono, dell'arricchimento esasperato e fuori misura, rispetto al resto della popolazione e in termini percentuali, di moltissime figure istituzionali manageriali di tipo pubblico. E' gente che percepisce stipendi medio-alti che sono senz'altro giustificati dagli alti incarichi che istituzionalmente ricoprono, ma difficilmente giustificabili a seguito della insufficiente ricaduta sociale di miglioramento sul territorio. Io non ho ricette da dare. E' l'università demandata a fare ricerca. Io ho solo occhi che guardano e un cervello che elabora ciò che gli occhi vedono. Non mi piace molto ciò che i miei occhi lucani vedono percorrendo questa terra. Mi piaceva di più quando non l'abitavo e l'andavo visitando con gli occhi lontani del ricordo e della speranza che tutto trasfiguravano.
Dovendo darmi un centro focale da dove iniziare a guardare ed essendo Potenza il luogo delle decisioni programmatiche ed apicali da dove partono tutte le iniziative voglio raccontarvi di ciò che i miei occhi vedono a Potenza per cercare di capire le zone d'ombra che adesso non più nella loro cornice filosofica ma in quella civica di contribuente, come cittadino e preside di scuola, sono interessato a capire per la ricaduta e la comprensione culturale alla quale sono chiamato nell'inevitabile confronto-analisi col territorio che costituisce la premessa di ogni proposta di Offerta formativa di ogni scuola d'Italia.
Quale, dunque, è l'analisi territoriale?
Come preside sono chiamato a Potenza per mille ragioni, dal convegno della Provincia sulla promozione dell'attività teatrale a scuola al convegno sull'analisi del rischio sismico (iniziativa presa, purtroppo e come al solito, solo dopo che c'erano stati i morti del Molise dell'autunno 2002), sono chiamato per convegni e proposte del WWF sulla fauna locale, sono chiamato dall'Avis, dall'Aias, dall'Apof, dall'Umitc e dall'Invalsi e da chi più ne ha più ne metta; sono chiamato anche dal collega in pensione che vuol fare l'onorevole o dal Provveditorato che mi deve comunicare la soppressione delle classi terze o quarte superiori perché hanno solo 16 alunni. Andiamo dunque a Potenza, dove il sindaco vuole l'aeroporto e vediamo cosa si osserva camminandoci dentro per recarsi in questo o quel posto. Voglio fare una premessa. Non si cada nella tentazione di interpretare come opinabile e fantasiosa la lettura che mi accingo a fare. Da Piaget a Bruner, con particolare riguardo alla scuola della Gestalt, tutta la letteratura scientifica sullo sviluppo dell' intelligenza sottolinea l’importanza dei "segni" che ci circondano, che produciamo e modifichiamo. I segni nei quali viviamo costituiscono gli habitat simbolico-culturali fondamentali e determinanti sulla qualità dell'intelligenza degli individui che a quei segni appartengono.
Un habitat contiene i segni del passato e quelli che lo proiettano verso il futuro, parla della natura, della maturità e della sanità o meno di chi ci abita, delle sue aspirazioni, dei suoi interessi, delle sue fìsime e delle sue negligenze, del rispetto che ha per gli altri o del disinteresse. I luoghi parlano molto di più di quanto si possa sospettare.
A Potenza si osservi con attenzione il degrado del Gallitello, la lunga arteria di fondo valle che a Potenza porta in entrata e in uscita ai palazzi del governo regionale: è un inseguirsi di una masseria dopo un'altra, tutte piccole e povere e d'altri tempi, che quasi non si vedono andando in macchina ma che sono visibilissime andando a piedi. Sono piccoli caseggiati rurali con cortili nei quali si coltiva l'insalata e si allevano conigli e galline. Sono intervallati da palazzi pubblici che vanno dalla Biblioteca nazionale agli uffici della motorizzazione, dalle concessionarie d'auto ai supermarket. Andando in macchina tra masserie, palizzate e recinti fatiscenti, vialetti senza alberi e completamente spogli di verde attrezzato, con scarpate piene di ruvi incoltivati e spinosi lasciati allo stato selvatico, l'impressione è di grande degrado. E' un'impressione quasi di tipo subliminale perché andando in macchina, essendo rarissima la circostanza di fare anche brevi percorsi a piedi in quella zona, quasi non si vedono le brutture appena descritte.
Si osservi con attenzione lo squallore della grande e putriscente ferita a cielo aperto che è la fornace di San Rocco, affiancata dall'enorme squarcio della vecchia cava in disuso. Sono decenni che versa in questo stato di abbandono da luogo bombardato.
Il Gallitello e la circonvallazione che passa dalla fornace e va alla caserma Lucania sono strade di grande frequentazione. Tutta Potenza versa in questo stato di abbandono. Non vi è a Potenza un monumento, una statua, un blocco lavorato di marmo che richiami alla memoria del passante la storia italiana: un monumento a Mazzini, a Garibaldi, allo stesso Orazio, gloria lucana. Niente. Non vi è una fontana. Niente. Dappertutto degrado. Si vedano gli edifici dell'ex ospedale di Santa Maria, gli edifici "effetto bombardamento" della scuola media Leopardi o dell'istituto per geometri De Lorenzo. Si veda il palazzo abbandonato e lécero che sta a fianco al Provveditorato, di fronte al don Uva. Si vedano le strettoie di accesso che conducono nell'imbuto dell'università. Eppure Ferri, il sindaco, nonostante viva in una città che grida aiuto ogni cento passi, vuole per Potenza l'aeroporto. C'è qualcosa, in questa richiesta, di esteticamente brutto, di moralmente vergognoso, di intellettualmente disonesto.
Sono diversi i decenni di abbandono che continuano ad imperversare sulla città capoluogo mentre i notabili, vecchi e nuovi, si spostano sulle colline adiacenti la città dando vita ad un dedalo di viuzze, sentieri e percorsi che rimandano all'urbanistica di certe città orientali che hanno strade che finiscono contro un muro e labirintici percorsi impossibili da segnare su una normale pianta topografica.
E' una città in cui sono cresciuti a livelli spropositamente alti gli stipendi delle figure professionali manageriali legate alle istituzioni pubbliche. La percentuale della loro presenza è in assoluta tra le più alte d'Italia, essendo la regione molto piccola. La ricchezza pubblica, di origine politica, italiana ed europea è istituzionalmente debordata su un'altissima percentuale di funzionari pubblici e uomini politici aumentando il potere di ricchezza e di acquisto a livello individuale ma senza ricaduta sul piano dei servizi sociali. A livello di trasporto si provi a prendere la calabro-lucana e a cronometrare i suoi tempi di percorrenza. I quarantacinque km da Genzano a Potenza si percorrono addirittura in più di un'ora e la stazione va raggiunta percorrendo cinque km o col pullmino che parte mezz'ora prima del treno o in auto personale. Fuori della Basentana le strade sono prive di normale manutenzione. I ponti sono preceduti da gradini di assestamento del terreno e i muretti di contenimento sono privi di strutture idro-geologiche pertanto debordano di fango dopo solo un paio di giorni di piogge.
A Potenza nessuno che lavora per la regione sa veramente dove essa si trovi, cosa sia. Sono ben altri i problemi capaci di appassionarli di più di quelli strettamente personali di natura stipendiale e relazionale. La regione che arriva sui loro tavoli nelle carte che vengono trasmesse da sindaci e questuanti è una regione lontana, astratta, volatile. La fotografia di Potenza e di chi ci abita racconta della Lucania e di cosa si fa per essa. Chi ha interesse a raggiungere questa città capoluogo segnata solo dal movimento degli uffici politici e che dal tramonto in poi diventa un luogo anche deserto? Ogni anno è perciò un continuo via-vai di sovrintendenti, prefetti, direttori generali, alte figura della magistratura. Qua tutti sono di passaggio. Chi ha interesse a frequentare l'università in un luogo del genere dove, tra l'altro, dormire costa 200 € a posto letto come a Roma o a Milano, come, cioè, in una normale città dell'occidente europeo? Non è sufficiente questa breve esposizione a spiegare come mai su 100 ragazzi che si iscrivono all'università 80 se ne vanno fuori regione?
Lo storico Nicola Cilento scriveva nel 1985 in "Bollettino Storico della Basilicata" n.1 , pag. 96: "E' noto che la Basilicata si connota con una matrice storica di scarsa coesione territoriale, in cui il processo di regionalizzazione non si fonda su delle costanti geografiche e storiche rivolte a renderla omogenea, con un centro e una periferia che risultino complementari ed integrati l'uno con l'altra". Ecco, il problema è rimasto questo: siamo corregionali che viviamo da separati in casa. Tutti ci arrangiamo singolarmente senza fare collettività, senza comunanza di intenti e di sforzi. Per avere un esempio si ricordi la grande guerra tra i poveri che è stata la razionalizzazione della rete scolastica. Ognuno per sé a chi aveva più "compari" per sistemarsi nella sede più conveniente spostando, facendo spostare, numeri e plessi secondo propri individuali desiderata.
Su 131 paesi l'80% conta intorno ai tremila abitanti. Non si fa niente, di tutto ciò che da lunghi anni si dice, per valorizzare i luoghi in cui viviamo o per metterci "in rete". Venosa continua ad attendere il suo parco archeologico, la diga di Genzano, iniziata negli anni settanta, la sua acqua. La grande lentezza della realizzazione delle opere pubbliche le rende obsolete ed inutili all'economia locale. I progetti ritardano a realizzarsi con una lentezza tale da interessare pienamente due generazioni. Questi sono tempi che ci penalizzano enormemente. Ma se ci sono, ci sono anche una ragione ed una dinamica che li giustifica. Ed è inutile e puerile chiederne ragione proprio a chi ne è fautore.
Non essendo il nostro un popolo che ha comunanza, logicamente ne deriva che ci esprimiamo con marcati individualismi che nulla o niente sanno degli altri o del passato. Non fa parte della cultura del posto. E così può succedere che solo dopo due anni dalla nascita delle centrali eoliche la comunità montana dell'Alto Bradano promuova un convegno scomodando gli uomini televisivi a grande impatto di immagine pubblica (Carlo Ripa di Meana) per parlare contro le centrali eoliche. Non c'è qualcosa di strano? Perché non è venuto, lui o chi per lui, a parlarci di cose un pochino più importanti anche perché più vecchie? Per esempio potevano venirci a parlare di cosa si sta facendo per eliminare dalla nostra terra il secondo più esteso deposito italiano di scorie radioattive che giaciono da vent'anni in un sarcofago di cemento armato ai piedi del Pollino.
Lo spopolamento. Credo che quanto detto sopra possa costituire qualcosa di assimilabile a dei dati per capire un pochettino anche del perché del fenomeno dello spopolamento, altra zona d'ombra. Oppure no? Comunque provo a citare altri duedati. Il primo riguarda un libro scritto da un emigrato lucano: "Il Salumificio". Ha vinto il primo premio nazionale Pieve 1991. Pubblicato a Firenze, Giunti Gruppo Editoriale, nel 1992. La prefazione è di Natalia Ginzburg la quale, per l’ultimo anno nella giuria del premio, espresse questo parere: "Penso sia stato lo stile ad affascinarmi subito, fin dalle prime righe. É uno stile che fa pensare al corso di un fiume limaccioso, che passa tra grovigli di rovi, troppo ricoperto di rovi per riflettere il cielo. É uno stile dal ritmo affannoso che non si ferma mai a riposarsi e respirare". Parla di cose lucane che è bene ricordare e raccontare, rifletterci sopra. Il libro è introvabile nelle librerie lucane e non solo. Questo è un dato.
Un altro dato. E' sempre un libro, di cui ne hanno parlato i giornali a livello nazionale, dal Corriere della Sera a Repubblica. Nel 1999 stava per vincere il primo premio nazionale "Italo Calvino", ma poi alla fine è arrivato secondo. E' un bellissimo romanzo. Credo, spero, che lo conosciate. S' intitola "Sotto un cielo piccolo". Provate a chiederlo nelle librerie Feltrinelli o Laterza sparse in Italia. Non lo troverete da nessuna parte. Eppure ne parlarono alla grande i giornali nazionali. Anche questo è un dato, della stessa natura del primo: la Lucania che c'è e dice della propria geografia andando oltre i suoi luoghi comuni, facendosi ascoltare sapendo cosa dire, è introvabile. Questo è il secondo dato.
Non so se nel mio piccolo sono stato di aiuto a questo convegno. Ho dato quello che ho potuto, parlando un pò fuori tema della Lucania che amo: quella sparsa tra libri introvabili e i silenzi della storia. Non è quella chiacchierata e ventilata nei convegni ufficiali. La mia Lucania non è neanche quella di Scotellaro o di Orazio, troppo pubblicamente usati per permettermi intimità significative. La Lucania che amo è quella dei miei simili nascosti ovunque si trovino, vivi o morti non importa, emigrati o residenti non importa, di cui indovino il dolore per la speranza negata. Di oggi. Non sarà sempre così, non è stato sempre così, ma adesso lo è." Canio Franculli