La mafia in Basilicata (ovvero: in tempi non sospetti, molto prima dello scandalo di "toghe lucane", del caso del direttore sanitario cannizzaro e del magistrato de magistris, degli articoli del corriere della sera, di marco travaglio, di micromega e di annozero di michele santoro, 2006 ed autunno 2007, già era stato letto e registrato il nascente fenomeno malavitoso ma la grande Lucania ha orecchie  piccole  per intendere, o voter e poter intendere, al momento giusto)                

 

Tratto da "Rivista storica lucana", n. 33 - 34 (2001)

61 . Pantaleone Sergi

LA MAFIA IN BASILICATA DAL 1981 AL 2000 NELLE RELAZIONI DEI PROCURATORI GENERALI

 

1. Contagio, invasione e rimozione

ino a tutti gli anni Settanta in Lucania si raccontava la favola, vera e bella, dell'isola felice. Si parlava con calore di questa terra che aveva problemi, e tanti, ma non conosceva, dopo il brigantaggio del XIX secolo, fenomeni di criminalità associata. I rumori di guerre mafiose, i fuochi sanguinari, gli affari sporchi all'ombra di potenti clan giungevano filtrati e attutiti. E di Mafia, Camorra e 'Ndrangheta (la Sacra Corona Unita arriverà più tardi) si leggeva sui giornali come di pestilenze che appartenevano ad altri mondi o come di conflitti e turbolenze sociali in terre lontane. Anche degli occasionali fatti di devianza, che pure avvenivano nella regione, si parlava con pudore, quasi per rimuoverli e così tenerli a distanza, in una dimensione irreale. Se ne parlava, insomma, come si parlava da tempo del brigantaggio, considerato «cosa che appartiene al passato e che non interessa più il presente»1, rivolta sociale di cui nessuno era in grado, oltretutto, di comprendere origini e cause se non rifacendosi alle vecchie analisi della Commissione parlamentare sul fenomeno che definivano la ribellione dei briganti come una «protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche e secolari ingiustizie»2

.

La Basilicata contadina, dimenticate anche le sollevazioni popolari degli annì Cinquanta, sì presentava, così, come un miracolo, quasi un Eden sopravvissuto in un Mezzogiorno alla deriva. Sapori sani, valori antichi, uomini rotti a tutte le intemperie, sapienza e forza forgiate in

 

1 TOMMASO PEDlO, La Basilicata dal 1883 ad oggi. In: La banca Popolare dà Pescopagano, la Basilicata, il Mezzogiorno in cento anni di storia d'Italia. BPD Pescopagano, Potenza, 1985, p. 84.

2 Citato in: ALDO DE JACO, Il brigantaggio meridionale. Cronaca inedita dell'Unità d Italia. Editori Riuniti, Roma. 1969, p. 350.

 


 

mille e mille difficoltà. C'era assuefazione, forse, a una realtà agra e dolce allo stesso tempo, quasi fosse il segno di un Destino che alla gente non tocca sindacare. Questa regione era, raccontata così, anche una smentita a quanti, analizzando altre situazioni territoriali come la limitrofa Calabria, sostenevano - storia economica e sociale alla mano - una connessione chiara tra povertà e mafia, un rapporto diretto e immediato tra sottosviluppo e criminalità organizzata, come vi può essere tra il giorno e la notte, oppure tra il lampo e il tuono. La Basilicata, infatti, da sempre contende alla vicina Calabria il primato della povertà. Le due regioni si alternano in coda alle statistiche del malessere. Ma oltre il Pollino, in fondo allo stivale, è nata ed è cresciuta una mafia potente, la Santa, o 'Ndrangheta, o Fibbia, o Onorata Società, o Famiglia Montalbano che si voglia chiamare, mafia sanguinaria, invadente e asfissiante che ha condizionato vita e sviluppo della regione, che è stata forza conservatrice e, contemporaneamente, unica e vera forza dinamica 3. In Basilicata, invece, c'è stata fame e niente mafia, c'è stata miseria ma niente violenza criminale di clan. Dal Metapontino alla Val d'Agri, da Matera a Potenza, in queste terre che, dopo i furori del brigantaggio e (lei fermenti sociali post-unitari hanno conosciuto miserie epocali ed epocali deportazioni chiamate emigrazioni, qui dove i vecchi baroni hanno detenuto il potere fino ad anni a noi vicini perpetuando una organizzazione di società altrove cancellata da secoli, qui dove la mobilità sociale è stata frenata da consolidati interessi dei vecchi e dei nuovi padroni, solo da poco lustri si sono infatti affacciati e poi insediati fenomeni criminali di tipo mafioso.

Dagli anni Ottanta in poi la situazione della Basilicata ha superato il crinale di un modello pre o para mafioso, avvicinandosi sempre più al modello pugliese di sviluppo mafioso. E se la Puglia, com'è stato osservato è stata una sorta di «cortile di casa» delle tre mafie tradizionali, la Basilicata per certi versi è stata una «dependance» della 'Ndrangheta e delle mafie a essa consociate. Soprattutto la mafia calabrese, che si è caratterizzata come una vera e propria mafia di esportazione, ha messo in azione, infatti, una forte capacità di espansione in territori vergini e «deboli», aprendo «locali» un po' dovunque, facendo crescere realtà criminali già esistenti con cui associarsi e operare. Si è verificato in Basilicata, insomma, quello che nell'ultimo ventennio è stato registrato in

3 C'è ormai una ricca bibliografia sulla 'ndrangheta calabrese alla quale si rimanda per un approfondimento. Tra i tanti volumi si veda: ENZO CICONTE, 'Ndrangheta dall'Unità a oggi, Editori Laterza, Roma-Bari, 7992; e ancora: PANTALFONE SERGI, La "santa" violenta, Periferia, Cosenza, 1991.

 


 

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altre regioni del nostro Paese: organizzazioni criminali, una volta saturate le zone d'insediamento antico, si sono affacciate e insediate pericolosamente in altre aree del Sud e in zone del Centro-Nord.

E la metafora della desertificazione del Sud e della linea delle palme che sale e risale pian piano la penisola? E la metafora del contagio di Durkheim e del germe che s'infiltra infettando un organismo dall'esterno?4 E l'inevitabile corrosione dei tempi? Anche ma non solo. L'infiltrazione mafiosa in Basilicata avviene, infatti, nel momento in cui la regione, dopo il catastrofico terremoto del 1980, registra una sorta di «boom» economico, consolidato dieci anni dopo dall'insediamento della Fiat a Melfi, in provincia di Potenza, e dalla lenta crescita di un distretto industriale come quello del salotto in provincia di Matera diventato uno degli elementi trainanti di tutto l'export del Sud.

In Basilicata, come in altre realtà regionali (Lombardia, Piemonte, Toscana e Abruzzo, in primo luogo), c'è stato un periodo di «tirocinio» di uomini della malavita locale e di preparazione del territorio a opera di molti mafiosi al confino5. In effetti, molti paesi della Basilicata, definite zone di «sicuro rischio e che non avrebbero davvero bisogno di siffatte presenze»6, in passato sono state sedi di soggiorno obbligato per mafiosi siciliani e 'ndranghetisti. Sarebbe stato interessante tracciare una mappa storica di tali soggiorni, ricostruire periodi, "qualità" e peso dei soggiornanti, conoscere i luoghi di provenienza, ma ciò non è possibile perché il Ministero dell'Interno per i periodi anteriori al 1987 ha "depennato" i dati man mano che i provvedimenti andavano a esaurirsi7. La consistenza complessiva del fenomeno, che in pratica si è tradotta in un inquinamento del territorio, è però nota e preoccupante. «Non c'è località in cui la Commissione non si sia sentita riferire di soggiorni obbligati di chiara pericolosità, di personaggi che si sono gradualmente insediati nella zona, vi hanno portato le loro famiglie, si sono creati un humus favorevole per la loro attività »8. Il Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata della Guardia di Finanza, mette a fuoco questo problema analizzando la "fenomenologia regionale" degli insediamenti mafiosi: i soggiornanti presenti «hanno provocato processi di emulazione nelle locali consorterie delinquenziali, nonché favorito

 

4 EMII,E DUNxHEM, Sociologia del suicidio (1897). Newton Compton, Roma, 1978, p. 162.

5 Commissione Parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari, Relazione su: insediamenti e infiltrazioni di soggetti ed organizzazioni di tipo mafioso in aree non tradizionali. Roma, 17 dicembre 1993.

6 Ibidem. 1

7Ibidem.

8Ibidem.


 

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l'utilizzo di metodologie più sofisticate, tipiche della criminalità organizzata»'. E ancora: «Tali situazioni hanno consentito alle varie aggregazioni malavitose lucane di acquisire caratteristiche assimilabili alle ' associazioni di stampo mafioso, come risultato da circostanze giudizialmente accertate quali la divisione del territorio in aree di influenza, l'assistenza legale ed il sostentamento dei detenuti e delle loro famiglie ' fornite dall'organizzazione criminale di appartenenza, i contatti tenuti con la 'ndrangheta, la camorra, e la sacra corona unita, l'esistenza di una capillare rete estorsiva, la latitanza di alcuni pregiudicati per lunghi periodi (circostanza questa che fa supporre che godano di appoggi forniti dalla locale criminalità)» io

Le carceri lucane, oltretutto, erano affollate di uomini delle mafie tradizionali in attesa di giudizio. E le carceri sono da sempre considerate "università del crimine". Nelle carceri si "battezzano" e si arruolano nuovi mafiosi, si creano nuovi clan. In Basilicata, in ogni modo, si è determinato un doppio binario di evoluzione del fenomeno mafioso: da una parte si è assistito a un trapianto dalle regioni confinati di gruppi familiari già organizzati (è il caso, per esemplificare, del Metapontino con i clan Scarcia e Ripa arrivati dalla provincia di Taranto), dall'altra si è assistito, in diverse aree, a una saldatura tra la criminalità endogena e quella esogena che ha portato con sé il proprio bagaglio di conoscenze fatto di capacità organizzativa e operativa all'interno del crimine organizzato.

Il fatto che nella regione accadessero pochi omicidi, che i delitti di sangue fossero in regresso e la loro scansione temporale non determinasse un evidente allarme sociale, ha fatto ritenere a molti, anche quando l'occupazione-infiltrazione mafiosa era in fase avanzata, che non ci fosse granché da preoccuparsi. Pochi omicidi però non sempre indicano una scarsa presenza mafiosa. Il delitto è un atto estremo e non spargere sangue è un obiettivo della mafia per rendersi invisibile. L'omicidio diffonde paure e allarme sociale; l'allarme sociale porta divise, reazioni investigative, repressione giudiziaria. Tutte cose che qualsiasi mafia ha interesse a evitare.

2. Sottosviluppo e diversa evoluzione della mafia

Quelli criminali sono, in ogni caso, fenomeni che, proprio perché alla lunga scorrazzano come truppe mercenarie e lasciano una scia di do

9347SCICO-GUARDIA D[ FINANZA, Relazione annuale sulla criminalità organizzata, Roma, 1996, p. 314.

10 Ibidem.

 


 

 

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lori e rovine in un tessuto sociale quanto meno "impreparato" se non proprio privo di anticorpi come quello lucano, sono estremamente preoccupanti, specialmente quanto poco sono messi a fuoco e ancor meno indagati come in sostanza è avvenuto a lungo nella regione. Fino al 1991, d'altra parte, «sulla presenza delle "mafie" nell'Italia centrale e settentrionale e in quelle regioni meridionali non ancora del tutto conquistate dalle organizzazioni criminali (...) agli accenni ormai numerosi che è possibile trovare nei documenti giudiziari (...) o nei resoconti giornalistici non corrisponde (...) un'adeguata attenzione degli studiosi negli studi e nelle ricerche svolti»". Ma non è certo l'assenza di studi e di ricerche, per quanto riguarda la Basilicata proseguita anche negli anni successivi, ad avere "favorito" l'espandersi del fenomeno criminale, quanto piuttosto, secondo la Commissione Parlamentare Antimafia, «la scarsa attenzione che ad esso è stata prestata, la complessiva sottovalutazione e la mancanza di misure adeguate per contrastarlo»12 .

Ci si domanda, a ogni modo, come mai ci sia stata questa diversa evoluzione della criminalità associata in realtà apparentemente omogenee come sono la Basilicata e la Calabria o la Campania e la Puglia. Mario Centorrino avverte però che nessuno ha mai provato «la presenza della mafia solo in aree i cui indicatori socio economici presentino valori al di sotto delle medie regionali» 13. Anzi, recenti indagini hanno dimostrato che la mafia, sia essa Cosa Nostra, o Camorra o soprattutto 'Ndrangheta, assalta le aree forti del Paese, s'installa a Milano e in Lombardia, conquista Torino e il Veneto, s'insedia in Valle d'Aosta e diventa decisamente robusta in tutta Italia dove apre "cellule" e "filiali" destinate alla lunga e operare autonomamente14.

La Basilicata può essere quindi la dimostrazione "scolastica" di quanto Centorrino afferma: qualora ci fosse una relazione diretta, consequenziale, tra sottosviluppo e mafia, avrebbe dovuto prosperare anche qui una mafia antica e forte, come avvenuto in altre regioni del Sud. Così non è stato, i processi d'insediamento e di sviluppo della criminalità hanno avuto tempi e "qualità" completamente differenti. Forse perché "mercato marginale", fino a qualche anno fa la Basilicata non ha

ii NICOLA TRANFAGLIA, La mafia come metodo, Laterza, Roma-Bari, 1991, pp. 33-34.

~~ COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA (XI Legislatura), Relazione su 'Insediamenti e infiltrazioni di soggetti ed organizzazioni di tipo mafioso in aree non tradizionali", Roma,

1994, p. 18 e ss.

13 MARIO CENTORNINO, L'economia mafiosa, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 1986,

~. 13.

~a Esemplare, sotto questo profilo, l'assalto delle mafie all'Emilia Romagna. Si veda: ENZO CICO!vTE, Mafia, Camorra e 'Ndrangheta in Emilia Romagna, Estemporanea Panozzo, Rimini, 1998.

 


 

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destato grandi appetiti criminali. La regione, nonostante gli interventi della Cassa per il Mezzogiorno, si conferma come un'area debole, anche se le sacche di miseria e di fame sono da tempo scomparse. Quando, dopo il terremoto del 1980, il flusso finanziario verso la regione è stato massiccio, allora l'attenzione delle holding criminali è completamente cambiata, confermando l'assunto che «la mafia (...) non va riconnessa alla povertà e alla arretratezza in quanto è sorta storicamente in zone caratterizzate da relative opportunità di sviluppo» 15 e tende a espandersi in zone che mostrano appetibilità dal punto di vista economico16.

 

3. I procuratori generali: dalla sottovalutazione all'allarme

Fissando al 1980, al terremoto catastrofico che ha sconvolto la regione, la data della "svolta" dalla Basilicata premafiosa a quella che poi ha dovuto convivere con presenze criminali indesiderate e, quindi, agli anni della ricostruzione l'insediamento della criminalità associata nella regione, vediamo adesso - convinti che riflettere sul passato aiuta a individuare i punti deboli e capire le dinamiche di reazione - attraverso le relazioni dei procuratori generali sullo stato della giustizia nel distretto giudiziario lucano, come la magistratura ha percepito e seguito l'evoluzione del fenomeno mafia.

Si possono, intanto, individuare due periodi: quello della sottovalutazione-rimozione e quello dell'allarme-denuncia. Il primo va dalla relazione del gennaio 1982 del procuratore Edoardo Fernandes`, dedicata ai fenomeni delinquenziali e all'amministrazione della giustizia dell'anno precedente 18, fino alla relazione del procuratore Umberto Corradino del 1989 (relativa quindi agli avvenimenti dell'anno precedente) il quale affermava "con grande sollievo" che nell'intero distretto «permane solamente il fenomeno della criminalità comune»19. Il passaggio al periodo della denuncia forte e dell'allarme avviene già con la prima delle tre relazioni del procuratore Gennaro Gelormini, quella del 12 gennaio 199020. Più che di un cambiamento avvenuto nella struttura crimi

15 ROCCO SciaRRONF., .Mafie vecchie, inafie nuove. Radicainento ed espansione. Donzelli Editore, Roma, 1998.1). 24. Si veda anche: R4IMONDO CAT-1v7._1R0, Il delitto come impresa. Storia sociale della muffita, Liviana editrice, Padova, 1988.

121347 Cfr. COMMISSIONE P.aRi.nmH.nTnKr: Avi m aHi a, cit.

I' EDI' ARDO FERN,INDBS, Relazione sull'amministrazione della giustizia in Basilicata, Po

tenza 8 gennaio 1982.

~~ Il pcriodu esplorato di norma dai procuratori generali va da agosto a luglio, in questo caso da agosto 1980 al luglio 1981.

i" UMBERTO CORRADINO, Relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 1989, cit., p. 12. 20 GEVN ARO GH.LORm1n1, Relazione sull'amministrazione della giustizia nell'anno 1989, Po

tenza 12 gennaio 1990.

 


 

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nale della malavita lucana, si registra con Gelormini una diversa, e a nostro giudizio più realistica, lettura degli stessi eventi e delle medesime situazioni. Se Corradino ritiene che i «frequenti tentativi... di infiltrazione di elementi collegati con la delinquenza organizzata» operante nelle regioni limitrofe, non trovano spazio perché stroncati dalle forze dell'ordine, l'analisi di Gelormini pur partendo da analoghe situazioni ha uno sbocco diametralmente opposto: in Basilicata la mafia c'è e bisogna farne i conti: «Occorre non sottovalutare i sintomi avvertiti, ponendosi in stato di guardia continua per cogliere tutti quei segnali che possono parlare di camorra o mafia»22.

Quanto meno a livello di analisi, sono stati persi dunque molti anni nei quali è prevalsa l'idea che una società dai principi sani come quella lucana mai e poi mai potesse essere intaccata dal virus mafioso. Per cui l'inaugurazione dell'anno giudiziario, almeno fino al 1990, si è risolto in una celebrazione di uno stato di grazia che esisteva più nella mente dei procuratori che nella realtà. La cerimonia si consumava così tra saluti, esposizioni di statistiche, cifre su cifre riguardanti gli affari civili e penali, dissertazioni teoriche e appelli alla Divina Provvidenza perché desse una mano alla giustizia degli uomini.

Cos'era stato il 1981 in Basilicata, il primo anno del dopo-terremoto, quando già gli uomini della camorra si muovevano nell'area del cratere? Il "consuntivo" presentato dal procuratore Eduardo Fernandes nell'assemblea del'8 gennaio 1982, è sostanzialmente positivo e sarebbe idilliaco senza le conseguenze sul territorio e nella società del catastrofico terremoto del 23 novembre 1980. Nel capitolo della relazione dedicato alla giustizia penale, il procuratore si mostra più allarmato per i reati legati alle infrazioni e agli incidenti stradali, che per le 41 estorsioni e le 27 rapine registrate l'anno precedente. In questo contesto diventa «degno di speciale rilievo l'attività spiegata dalla polizia stradale che si è distinta per la prontezza dei suoi interventi e per la precisione dei rilievi tecnici nell'accertamento dei reati colposi connessi alla circolazione. La sua attività è stata particolarmente incentrata nell'accertamento delle contravvenzioni (69856)» 23 . Appare, dunque, "stonato" l'intervento, nel dibattito, di Pietro Simonetti, segretario regionale della Cgil che denuncia come spezzoni di mafia pugliese, calabrese e campana abbiano messo le mani sul mercato del lavoro24.

'' L. CoRR.~DIVo~; Relazione per l'inaugurazione cieli anno giudiziario 1989, vii.. p. 12.

-" G. GILOR~ItiI, Relazione sull'amministrazione della giustizia nell'anno 1989, cit., p. 22. 2'-0 E. IH:?RVANUI,a, Relazione sull'aminiiaistrazior ieaistrazioie della giustizia in Basilicata, cit., p. 18. 2'' Arno giudiziario: Potenza, Ansa, 8 gennaio 1982.

 

 


 

 

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Il tema della criminalità organizzata è appena sfiorato, comunque sottovalutato, perché lo stesso Fernandes non può ignorare e non ignora che si sono già registrati tentativi di infiltrazione del racket delle protezioni nel circondario di Melfi che, però, «non si sono più ripetuti» per l'encomiabile impegno degli organi di polizia25.

Il magistrato evita anche di usare la parola mafia: «Con vivo allarme e con sgomento vediamo o sentiamo quando avviene altrove... Debbo sottolineare, invece, ad onore delle integrità dei costumi della popolazione lucana, che il fenomeno delinquenziale nel distretto non registra manifestazioni abnormi né indici di altra criminalità» 21 . Niente terrorismo e delitti politici, niente sequestri di persona, niente criminalità associata, dunque, come invece imperversa in regioni limitrofe, «incoraggiata dalla ferrea legge dell'omertà»27. L'idea dell'isola tranquilla, nonostante tutto ciò, secondo Fernandes «è una vecchia inclinazione sempre pericolosa e illusoria, in quanto la criminalità ha già operato una scelta precisa e sta affinando le proprie tecniche»28.

Stesso tono e stesso giudizio, mantiene l'anno successivo il procuratore Umberto Ferrante, nonostante alcune emergenze indurrebbero a una maggiore prudenza nella valutazione. Gli omicidi nel 1982 calano da 14 a 7, non si verificano «casi di delitti di matrice politica o collegati all'attività di associazioni criminali»29, non ci sono stati sequestri, dunque Ferrante, può affermare sereno che in definitiva « il tasso di criminalità non è elevato e torna ad onore di queste popolazioni» e che «il fenomeno delinquenziale, pur non registrando indici alti di criminalità, mostra una tendenza evolutiva, numerica e qualitativa, che si manifesta, peraltro, in misura non allarmante» 30.

Trattando però di un procedimento in corso per il tentato omicidio di un magistrato di altro distretto giudiziario il procuratore fa alcune considerazioni sul fenomeno della mafia legandola alla situazione economico-sociale della Basilicata, considerazioni che restano senza conseguenza e vengono praticamente annacquate nella palude di giudizi non allarmistici: quel processo - dice il procuratore - «ci insegna che la criminalità organizzata di tipo mafioso può infiltrarsi in modo silente e per esigenze logistiche per poi esplodere sorgendone le opportunità o neces

zi Ivi, p. 15.

21 Ibidem.

'7 Ibidem. 21 Ibidem.

'`9 UMBERTO FERRANTE, Relazione sull'amministrazione della giustizia in Basilicata, Poten

za 12 gennaio 1983, p. 13.

31) Ibidem.

 


 

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sità, agevolano il fenomeno fattori che non mancano in questa regione e, cioè, la crisi economica, la disoccupazione dei giovani che non trovano spazio per realizzarsi, la facilità di spostamenti dovuta all'incremento della rete stradale e, soprattutto, le tentazioni legate alle ingenti somme necessarie per la ricostruzione»31

 

4. «Qui la mafia non esiste»

La fortezza lucana agli occhi del procuratore sembra inattaccabile. E se pure ci sono pericolose infiltrazioni, non sono talmente gravi da suscitare allarme e determinare interventi. Il procuratore Ferrante che si presenta fiducioso all'assemblea del distretto per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 1'l1 gennaio 1984 continua così sulla falsariga dell'anno precedente: «Il fenomeno delinquenziale - spiega - non ha registrato preoccupanti variazioni quantitative o qualitative anche se sono in aumento gli omicidi volontari (da 7 a 11) ed i tentati omicidi (da 6 a 17) e se si registrano forme di rapina e di estorsione fino a pochi anni addietro inconsueti; emergono in alcune zone avviate verso la industrializzazione o l'agricoltura intensiva indizi di infiltrazione del fenomeno camorristico il quale, peraltro, non si manifesta con la evidenza necessaria per autorizzare interventi giudiziari» 32. Per Ferrante, insomma, la legge antimafia non ha trovato applicazione, non c'è nulla dunque di che preoccuparsi.

Gli uomini politici ne prendono atto con soddisfazione. E il presidente della Giunta regionale Carmelo Azzarà può andare nei dibattiti e affermare serenamente che la Basilicata è un territorio senza mafie e senza criminalità organizzata. Al convegno nazionale organizzato dall'Unione Cattolica Stampa Italiana a Maratea il 15 e 16 settembre 1984, polemizzando contro le "distrazioni colpevoli" dei giornali anche dello stesso Mezzogiorno, Azzarà sostiene che «la conseguenza è che il Mezzogiorno viene considerato come il territorio che succhia le risorse economiche, in maniera passiva o addirittura parassitaria e che è perfettamente inutile disperdere le risorse del Paese in questo sud che diventa il ricettacolo della mafia, della camorra e della 'ndrangheta. In Basilicata, per nostra fortuna, non abbiamo di questi problemi e la tradizione laboriosa di un popolo povero, ma rigoroso è ancora molto salda, tanto da respingere anche i soli accenni di questo fenomeno. Ma in questo momento, in qualità di Presidente di una regione meridionale, sento il

31 Ivi, p. 14.

32 U. FERRANTE, Relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 1984, Potenza 11 gennaio 1984, pp. 10-11.

 


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dovere di parlare anche a nome di quelle Regioni che hanno questi fenomeni negativi, ma che certamente non si possono identificare in essi. Non si può confondere tutto il Mezzogiorno, tutti i cittadini del Sud, solo con la delinquenza, la mafia e la camorra» 33

Siamo, dunque, al discorso della criminalizzazione del Sud da parte degli organi di informazione

he mostravano di avere una percezione diversa del fenomeno. Su ciò, nello stesso convegno di Maratea, si sofferma il senatore Flaminio Piccoli, presidente nazionale dell'Ucsi. Certe semplificazioni, sostiene Piccoli, hanno il sapore di un insulto, e il Meridione - annota Pasquale Tempesta so La Gazzetta del Mezzogiorno riportando i giudizi di Piccoli e di Emilio Colombo -«è stanco dei tentativi - ormai sempre più scoperti - di crímínalizzare questa intera area del Paese, di identificare (...) con le genti del Sud fenomeni malavitosi ormai generalizzati, tanto da assumere in certi casi dimensioni internazionali » 34

L'era Ferrante prosegue fino al 1987 senza varianti nell'analisi. II procuratore generale sorvola sui tanti segnali che pure la stampa offre alla sua attenzione e che, dal 1984 in poi, diventano materia di intervento per le forze di polizia. Si allarma, invece, Roma e a Potenza già nel luglio del 1984 scendono capo della polizia e ministro dell'interno per un vertice anticosche. Si parla della presenza di almeno trecento gregari a disposizione della camorra campana. Nel novembre successivo arriva il primo blitz dei carabinieri contro un avamposto della Nuova Camorra di Raffaele Cutolo, che fuga «gli ultimi dubbi sulle penetrazioni camorristiche in Basilicata ». Ma tendono alla minimizzazione invece i vertici della magistratura. Ancora nel 1986 Ferrante può segnalare una flessione degli omicidi volontari, delle rapine e delle estorsioni e può quindi affermare: « I procuratori della Repubblica segnalano che l'andamento della criminalità non ha avuto apprezzabíli variazioni quantitative o qualitative mantenendo le consuete caratteristiche collegate alle condizioni economiche e sociali in cui versa la popolazione del distretto» 36. Partendo da questo dato "confortante" la considerazione finale del procuratore sul problema criminalità associata è, ov

33 CARMELO AIZARn, Intervento al convegno nazionale Ucsi di Maratea del 15-16 settembre 1984. In: "Stampa meridionale". Come uscire dal ghetto dell'informazione, Quaderni Ucsi n. 4, Potenza, 1987, p. 149. Il corsivo è mio.

34 PASQUALE TEMPESTA, Nel nuovo Sud è la ricetta per la Stampa "ghettizzata", La Gazzetta del Mezzogiorno, 17 settembre 1984.

3s FRANCO SExNIA, Offensiva anticosche in Basilicata, La Repubblica, 9 novembre 1984.

36 U. FERRANTE, Relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 1986, Potenza 15 gennaio 1986, p. ll.

 

 


 

 

 

 

 

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viamente, ottimistica: « Se ne può dedurre che né l'ambiente economico, fattore criminogeno di notevole rilevanza, né gli stimoli e gli incentivi collegati ad un sistema di vita caratterizzato dal permissivismo e dal consumismo, hanno irrimediabilmente intaccato la sostanziale bontà del tessuto sociale». La soddisfazione del procuratore traspare in ogni parola e alla fine egli può annunciare anche che la mafia nel suo distretto anche "per sentenza" non esiste: «In questa prospettiva può osservarsi che il fenomeno delle organizzazioni di tipo mafioso non sembra trovare spazio nel distretto e se si segnala un secondo processo per il reato di cui all'art. 416 bis C.P. (associazione di tipo mafioso) è da sottolineare che il primo procedimento per il delitto di cui sopra o che aveva destato comprensibile preoccupazione si è risolto, nei giudici di merito, con la constatazione della inesistenza dello ipotizzato, grave delitto» 3i

In questo atteggiamento che di fatto ignora ciò che è ormai evidente, il procuratore Ferrante insiste nell'ultima sua relazione come capo della procura generale della Basilicata, il 15 gennaio 1987, quando liquida il problema in sette righe annegate tra i problemi determinati dall'applicazione della legge sullo scioglimento del matrimonio o all'aumento dei fenomeni di criminalità minorile: «I procuratori della Repubblica denunciano un incremento qualitativo e quantitativo dei fenomeni delinquenziali e la tendenza ad evolversi verso forme associate; possiamo con soddisfazione ripetere che non esistono prove concrete della esistenza in Basilicata di associazioni di tipo mafioso, ma la tendenza alla aggregazione sollecita grande attenzione» 38. In quest'ottica il procuratore segnala che la zona più calda è quella di Melfi, dove si registrano infiltrazioni dalle zone limitrofe della Puglia. Ma - non è un giudizio di valore - al procuratore la cosa sembra interessare poco o niente.

Non si distaccano da questo cliché le relazioni del sostituto procuratore generale Giuseppe Giannotta, a cui tocca parlare nell'assemblea generale della Corte d'Appello di Potenza per l'inaugurazione dell'anno giudiziario il 13 gennaio 1988, e del nuovo procuratore Umberto Corradino che svolge la sua relazione il 14 gennaio dell'anno successivo.

Entrambi affrontano con poche parole liquidatorie il problema della criminalità associata, senza però rinunciare a inserire nei loro discorsi una riga - ciambella di salvataggio per eventuali critiche? - sull'attenzione che bisogna pur sempre avere verso il problema. Il 1988, così, per

37 U. FERRANTE, Relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 1986, Potenza 15 gennaio 1986, p. 19.

38 U. FERRANTE, Relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 1987, Potenza 15 gennaio 1987, pp. 10-11. Il corsivo è mio.

 

 


 

 

 

 

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Giannotta è un anno buono per la giustizia perché, è vero, sono in aumento piccolo spaccio e uso di droga, ma la zona di Melfi, sempre calda «sembra tornata alla normalità» 39. E poi ci sono meno omicidi volontari, meno rapine ed estorsioni. Per cui può serenamente affermare: «I procuratori della Repubblica denunciano una lievitazione della criminalità... pur dovendosi constatare che non esistono prove in ordine alla costituzione di associazioni di tipo mafioso nella nostra Regione»40, aggiungendo subito dopo che «la più grave criminalità non desta le preoccupazioni di un tempo»41

Anche Umberto Corradino si sente sollevato di poter offrire un quadro idilliaco - quello che affiora dalle cronache è però diverso - della realtà criminale in Lucania: «Pur verificandosi un progressivo incremento del fenomeno della criminalità, sia sotto il profilo qualitativo che quantitativo, può affermarsi, con grande sollievo che, nell'ambito dell'intero Distretto, permane solamente il fenomeno della criminalità comune» 12 . Non mancano i tentativi di infiltrazione da Puglia, Calabria e Campania, ma - avverte il procuratore - sono subito stroncati. Della droga, preoccupa il procuratore l'uso e il piccolo spaccio, in quanto «non si accompagna, per fortuna, con casi di raffinazione e con gravi episodi di traffico»". Solo al termine della sua relazione il procuratore appare preoccupato per i possibili inquinamenti mafiosi, per i riflessi, però, che essi possono determinare nella macchina della giustizia.

«E vero - scrive Corradino - che se si volge lo sguardo al complesso e diffuso fenomeno della criminalità, che purtroppo, in maniera pesante, si è sviluppato in altre Regioni dl nostro Paese, si potrà facilmente rilevare che quel fenomeno qui si presenta con caratteri decisamente sfumati. E pur vero, però, che, se l'Amministrazione della giustizia non ha la dovuta organizzazione ed efficienza, il denunciato pericolo delle infiltrazioni della criminalità organizzata potrebbe diventare una triste realtà, con la inevitabile conseguenza di uno sconvolgimento del tessuto sociale di questa bella Terra Lucana, attualmente sano ed integro, con grave danno per la collettività e per i singoli cittadini, che non potrebbero vedere realizzata appieno la loro domanda di giustizia, e con effetti deleteri e con innegabile discredito per 1'Amministrazíone stessa» 44.

iy GIUSEPPE GIANNOTTA, Relazione per l'inaugurazione dell'anno gìudiziario 1988, Potenza

13 gennaio 1988, p. 12.

lo Ivi, p. 11. 41 Ibidem.

12 U. GoRRAbINO, Relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 1989, cit., p. 12.

4; Ivi, p. 15. 44 Ivi, p. 20.


 

 

 

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5. L'addio delle toghe d'ermellino alla «Lucania felix»

Il mito della "Lucania Felix" proposto fino al 1988 dalle toghe d'ermellino, va in frantumi, con l'avvento di Gennaro Gelormini al vertice della Procura Generale di Potenza. Cosa cambia nella realtà lucana in quell'anno tanto da determinare una crasi netta e profonda tra le valutazioni sul fenomeno criminoso fatte dal nuovo procuratore generale e quelle dei suoi predecessori? Apparentemente nulla di eclatante. La stessa relazione di rottura che Gelormini presenta il 12 gennaio 1990 produce, in effetti, pochi sconvolgimenti. Reazioni fredde, queste sì, incredulità e in qualcuno anche irritazione, come annota lo stesso procuratore l'anno successivo45. «Io colsi in questi scatti emozionali - scrive Gelormini - uno stato mentale e psichico anelante a vivere in una speciee di nirvana, lontani ossia, per il puro godimento e quiete dello spirito, da ogni concreta dolorosa realtà. Non vollero essi vedere che quella storia era già storia futura: storia ora intessuta dai fatti di Montescaglioso - dai fatti di Policoro - di Nova Siri - di Tursi - di Scanzano - di Montalbano - di Marconia (Pisticci) - di Metaponto»46. Il magistrato forniva così una prima mappa del crimine in Lucania, mentre la reazione della società tendeva in pratica a non vedere e non sentire, anzi a mostrarsi infastidita.

Nel 1990, dunque, con una stoccata ai suoi predecessori («finora la situazione della giustizia nel distretto di Potenza è stata interpretata e giudicata sulla base dei soli dati statistici, con una visione quindi distorta della quantità e qualità dei mezzi necessari per un efficiente funzionamento»47) Gelormini denuncia così l'esistenza di interi settori criminali rimasti inesplorati, e avverte: «La Basilicata, si ponga ben mente, non è più terra che possa rimanere coperta da una considerazione fallace di quiete, poiché è illusoria l'idea che si tenga lontana, a mo' di oasi, dalla stretta di Campania, Puglia e Calabria o che non abbia acquisito quella mentalità verso certe forme di criminalità ricorrenti dappertutto»48.

Le cronache assicurano che la scudisciata colpisce in pieno viso l'assemblea di notabili della politica e del diritto. Anche perché il procuratore parla di «sintomi certi ed univoci di comparsa della criminalità economica e organizzata»49, segnala, su informazioni del Procuratore della repubblica di Matera, che, «nel campo delle frodi comunitarie, si

4' G. GH;[,oxMINI, Relazione sull'amministrazione della giustizia nell'anno 1989, cit., p. 15. 46 G. GF[.oRNtlM, Relazione sull'amministrazione della giustizia nell'anno 1990, Potenza 11 gennaio 1991, pp. 15-16.

~~ G. GELORMINI, Relazione sull'amministrazione della giustizia nell'anno 1989, cit., p. 23. 41 Ibidem.

49 Ivi, p. 20.


 

 

 

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muovono società fittizie costituite quasi sempre dalle stesse persone legate da vincoli familiari o associative» 50, mentre nel campo degli stupefacenti, l'uso e lo spaccio sono alimentati «da una delinquenza mobile che si infiltra dalle vicine Puglia, Campania, Calabria» 51.

Se i sintomi sono questi la diagnosi del procuratore è scontata: c'è un contagio di criminalità organizzata e, visto l'andamento di tale malattia, la prognosi «non può essere che infausta»''. Per questo il procuratore Gelormini detta il proprio protocollo di comportamento: intanto, in primo luogo, «occorre non sottovalutare i sintomi avvertiti, ponendosi in stato di guardia continua per cogliere tutti quei segnali che possano parlare di camorra o di mafia» 5'i; quindi, in secondo luogo, è utile «una indagine sulle ricchezze più cospicue e vistose che non abbiano un sinallagma in una attività o in un lavoro o che lo abbiano senza un riferimento di corrispondenza di valori »54; terzo «occorre vigilare sui subappalti che non hanno di certo arricchito le imprese lucane, nonché sulle società miste pubblico-privato e, all'interno dell'Ente di sviluppo agricolo della Basilicata, devesi accertare quale ragione spinge alcune imprese a far concorrenza ai produttori locali, importando da paesi stranieri» 5'; come quarto punto Gelormini, individua un fenomeno, l'usura, che ha già, e avrebbe avuto ancor di più in futuro, un peso preoccupante nella vita della regione, e vede di buon occhio una indagine, convinto che «la mancanza o rarefazione di fattispecie processuali non deve creare facili ottimismi» perché «si sa che l'usura può avere ad esempio implicazione nel campo dei fallimenti con la prospettiva di un vero e proprio factoring camorristico» 56

D'altro canto Gelormini parla anche delle "tensioni profonde" che attraversano la Basilicata con l'economia che «continua a rasentare lo stato di precarietà, nonostante l'impulso portato dalle nuove realtà produttive del dopo-terremoto» 57, mentre l'agricoltura materana «continua a subire attacchi nel piano produttivo», la reindustrializzazione è ferma; i bacini turistici restano al palo, il «tasso di disoccupazione è in aumento e la situazione è drammatica nella ricerca del primo lavoro, specie per diplomati e laureati »51.

S0 Ivi, p. 21.

i1 Ibidem.

Sz Ibidem. '3 Ivi, p. 22. 54 Ibidem. 5' Ibidem. sfi Ibidem.

'7 Ivi, p. 20. 58 Ivi, p. 20.

 


 

 

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L'approccio al problema giustizia-criminalità del procuratore Gelormini, come si può vedere è completamente diverso da quello dei suoi predecessori sia nell'afflato etico-sociale che sul piano propriamente "tecnico", riguardante l'amministrazione della giustizia dove, secondo l'alto magistrato, deve corrispondere una struttura idonea alla gravità dei problemi da affrontare.

Se la relazione del 1990 può essere considerata un primo "assaggio", un altr'anno che il procuratore passa a Potenza basta a convincerlo che l'incendio mafioso è ormai divampato e che, perdurando l'atteggiamento tenuto in passato da parte di magistratura e società, la battaglia contro la criminalità organizzata sarebbe stata una battaglia persa in partenza. Non era più tempo di giustificazionismi. Né di dare spazio all'idea ancora persistente di una Basilicata come regione lontana dai fenomeni criminali più gravi fino ad allora radicata sia a livello nazionale che locale, dove la classe politica dissente e rifiuta i segnali di allarme «ritenendosi da molti che si trattasse di un ingiustificato allarmismo» 59. Un atteggiamento alquanto strano che fa pensare male della classe politica lucana: «un esame nemmeno tanto approfondito degli accadimenti consacra questa vecchia visione delle cose a livello di una proiezione in ambito immaginario di una tendenza alla rassicurazione tanto distante dalla realtà da poter indurre il sospetto che possa essere interessata, siccome funzionante da alibi alle iuefficienze, alle inattività, alle eventuali connivenze» 60.

La relazione annuale sullo stato della giustizia - è lo stesso Gelormini a sottolinearne gli obiettivi in generale - dal 1991 in poi non è più un arido rendiconto come era avvenuto in passato. Essa «ha una sua filosofia» perché non si limita a rappresentare la situazione in maniera fredda, ma diventa anche una «verifica della possibilità di reale incidenza nella società »61.

Il 1991 in Lucania si apre con il grande sogno della Fiat a Melfi ma con la doccia fredda della criminalità organizzata che cresce sempre più a dismisura. C'è poco, infatti, da stare allegri e il procuratore generale non fa nulla per attenuare l'urto della sua denuncia: «In Basilicata - dice, togliendo spazio a sogni o equivoci - si è consolidata la linea di tendenza che spinge il crimine nell'ambito della categoria drammatica della criminalità organizzata» f'2. Non più infingimenti, dunque, o sotto

'" A.wELO VA(:CAxo, SALVATONE CASILLO, La Basilicata un'isola felice? In: Ragazzi della mafia (a cura di F. Occhiogrosso), Franco Angeli, Milano, 1993, p. 157. 6U thsdPrii.

61 G. GELORMI51, Relazione sull'amministrazione della giustizia nell'anno 1990, cit., p. 3. 61 Ivi, p. 15.

 

 

 


 

 

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valutazioni o rimozioni psicologiche. In una società che oscilla tra "1'utile e il morale" - come la Basilicata - dilaga una criminalità organizzata (e non solo) che dimostra grande capacità di insediamento in aree ritenute tranquille, si verifica una commistione tra economia legale ed illegale, crescono i reati per droga e violenza. E perché non ci siano dubbi o letture di comodo, dopo avere elencato i paesi dell'emergenza criminale, localizzati per lo più nel Metapontino, in quella striscia di territorio compresa tra i territori della 'Ndrangheta a sud e della Sacra Corona a nord, il procuratore generale spiega che «il crimine, in queste località, si è connotato di una metodologia tattica, tipicamente mafiosa, quali attentati dinamitardi, incendi, danneggiamenti, minacce, funzionali a creare condizioni di assoggettamento per vendere quindi protezione, in alternativa ed in competizione con la già scarsa fiducia pubblica, premessa culturale-politica quest'ultima perché l'impresa di protezione privata attecchisca ed abbiano corso una specie di comportamenti adattativi, perversi ma dotati di "razionalità limitata"»63.

Con l'evidente utilizzo di un bagaglio di conoscenze e di letture sul fenomeno mafioso e sui rapporti tra clan, politica e società locale 64, il procuratore Gelormini, per sfuggire al rischio di rimanere nell'ambito di categorie sociologiche, esemplifica situazioni e momenti pericolosi che l'attività investigativo-giudiziaria ha potuto verificare nella realtà lucana. Riteniamo utile, a questo punto, per dare anche l'atmosfera del taglio netto con il passato, di procedere con le parole del Pg che sono eloquenti più che mai e spiegano nitidamente quello che, alla data dell'll gennaio 1991, significava mafia e comportamento mafioso in Basilicata. Scrive Gelormini:

«Nell'area dello sviluppo agricolo della Basilicata vi sono sintomi di una mediazione mafiosa nel controllo della guardiania, nella distribuzione di una risorsa preziosa e scarsa come l'acqua, in attività accaparrate nella intermediazione del mercato dei prodotti della terra, della mano d'opera. I problemi e i conflitti che attraversano l'agrumicoltura danno l'occasione per l'affermazione di brokers mafiosi all'interno del variegato mondo di "industriosi" che pullulano in un settore agrario ricco e fortemente esposto al mercato. Del resto lo stesso comando Ge

61 Ivi, p. 16.

fi4 Sull'offerta violenta di protezione di cui parla il procuratore, negli anni successivi ci saranno studi approfonditi dei sociologi Diego Gambetta (La mafia siciliana. Un'industria della protezione privata, Einaudi, Torino, 1992; La protezione mafiosa, Polis, 2, 1994) e Raimondo Catanzaro (Recenti studi sulla mafia, Polis, 2, 1993; La mafia come ostacolo allo sviluppo economico del Mezzogiorno, Notizie di Politeia, 29, 1993).


 

 

 

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nerale dei Carabinieri, in un rapporto inviato alla Commissione Affari Costituzionali, ha riferito che oggi "le famiglie" e le "cosche" puntano anche in Basilicata, terra ritenuta fino a qualche tempo fa inidonea.

Ci troviamo in una situazione eccezionale e per arginarla occorrono mezzi adeguati, cioè eccezionali. (E commovente che a Roma abbiano deciso di rompere qualche salvadanaio per dare pochi spiccioli alla giustizia, ma non è che con questi soldini che si vincerà la guerra). Occorrono mezzi ingenti che, tuttavia, da soli non bastano. Occorre cambiare metodo, stile, strategia.

Per quanto riguarda il Mezzogiorno, alcuni saggisti sostengono che la presenza e la diffusione della malavita organizzata sono da porre in relazione col carattere generalmente improduttivo della sua economia. La crescita della criminalità organizzata è in altri termini una delle conseguenze di una economia solo parzialmente regolata dal mercato, per gran parte, invece, assistita e sovvenzionata nelle forme più disparate. La domanda più diretta è perché questo tipo di economia costituisce il terreno più fertile per la crescita della malavita organizzata. La maggior parte degli studiosi di questi problemi dà questa risposta. E fin troppo chiaro essi dicono che in una situazione di centralità economica del ceto politico la competizione elettorale assume toni quanto mai cruciali. La "fame" di voti è insomma molto più forte in contesto di questo tipo che non nelle economie produttive ed è questo il motivo per cui viene qui a crearsi un mercato elettorale, con le sue belle regole di domanda e di offerta. La criminalità organizzata costituisce un elemento fondamentale di questo mercato, per la sua enorme possibilità di aggregazione e di controllo fisico delle persone. Una parte di politici acquista quindi voti su questo mercato in cambio di azioni dirette e indirette, locali o nazionali in grado di garantire agibilità economica alla malavita organizzata. La criminalità organizzata esiste quindi perché costituisce uno strumento prezioso di controllo elettorale. E d'altronde basta guardare ai principali settori d'interesse di questo tipo di criminalità - appalti, lavori pubblici ecc. - per convincersi dell'esistenza di un vero e proprio mercato elettorale.

Io credo, invece, che l'aspetto "politico" della crescita della'criminalità organizzata del Mezzogiorno non è una questione di politici o amministratori meridionali corrotti ma una questione ben più ampia di equilibrio politico a livello nazionale. E quale che sia l'intensità delle misure repressive che lo Stato potrebbe adottare, ciò non ridurrebbe gran ché la penetrazione della criminalità organizzata nella vita economica del Mezzogiorno e non solo di questo. Il solo antidoto consiste nel modificare il carattere della economia meridionale rendendola realmente produttiva e riducendo così le oggettive possibilità di ricatto cui è fatalmente esposto il ceto politico-amministrativo di queste regioni. Solo, in altri termini, passando dalla politica del cemento alla politica industriale si potrà efficacemente disorganizzare la criminalità.


 

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Il settore della droga, a parte la crescita numerica di persone preda del vizio (cominciano già a registrarsi decessi per overdosi) sta rivelando come fenomeno di spaccio una certa capacità di penetrazione, affidata com'è a centri di scambi e di traffico, gestiti da associazioni per delinquere cui partecipano anche malavitosi venuti da lontano. Io sono ancora convinto che, per combattere il flagello, non valgono né l'educazione, né le comuni opere di prevenzione, né le vigenti mezze misure ma soltanto una scelta politica di una seria e forte repressione dell'uso, basata su deterrenti capaci di agire, come meccanismo di difesa, sulle strutture psichiche di ognuno.

Il crimine in Basilicata ha ampliato, poi, la sua sfera di azione con fatti lesivi del bene giuridico dell'ambiente. Mi riferisco alla cementificazione del Rasento e dell'Agri e alla mancanza di strutture idonee a tutelare l'ambiente e la salute dei lavoratori in vari cantieri. Grave è il primo fatto perché in sostanza si è distrutto un fiume (il Basento) vecchio, mi si dice, di 200 milioni di anni. Più grave il secondo perché denuncia la carenza di sicurezza nei luoghi di lavoro. Oggi v'è una strana tendenza rinunciataria destinata a disinnescare, all'origine, il potenziale garantistico della normativa prevenzionale e a porre in essere una mediazione per così dire al "ribasso" tra la rigorosa applicazione della normativa della sicurezza aziendale e le esigenze dell'apparato produttivo, tra principi di giustizia e vincoli di possibilità economica. Il diritto alla salute nei luoghi di lavoro è un diritto fondamentale ed assoluto, onde deve avvertirsi l'esigenza che la struttura di una azienda abbia una impostazione rigorosamente protettiva di chi lavora.

Una politica per la tutela dell'ambiente, poi, deve mirare ad una vera e propria codificazione in maniera da dare l'indispensabile definizione globale e coerente dell'ambiente anche sul piano giuridico.

Per una tale definizione gli studi hanno maturato (la tempo una concezione in cui rientrano non solo gli ovvi elementi ecologici, a cui più immediatamente si pensa quando si parla di ambiente, bensì anche altri

elementi di settori diversi che configurano l'ottica ambientale come una visione globale del territorio: dal paesaggio all'urbanistica, dai beni storici a quelli culturali, dagli interventi per servizi essenziali (fogne, acquedotti, impianti elettrici, discariche ecc.) a quelli per la trasformazione del territorio e l'esercizio delle attività economiche (strade, ferrovie, cave, impianti industriali, fabbricati agricoli ecc.). Occorre portare questa visione complessiva del fatto ambientale dal piano degli studi su quello della legislazione e della giurisprudenza. Una codificazione è indubbiamente l'indicazione più organica e concreta che a questo riguardo si possa dare.

Il settore degli appalti e dei finanziamenti post-terremoto è stato aperto alle indagini e sono in corso gli accertamenti. Rilevo, in tema di appalto, che oggi v'è la tendenza, cui non si sottrae la Regione Basilicata, a seguire, come regola, per il conferimento di opere e di servizi, il si-


 

 

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stema della licitazione privata e in via di eccezione la gara. A mio parere, con la licitazione privata il sistema della aggiudicazione è sottratta, nei criteri di scelta alle norme e alle garanzie delle gare in appalto. E forse di frequente dissimula una trattativa privata che è una figura giuridica definibile come "concessione traslativa" che la legge sui lavori pubblici indica come eccezionale e in casi tassativamente previsti. Accade che l'Ente pubblico dismetta le proprie funzioni e le deleghi al privato. Diviene "semplice intermediario" e si procura - chiavi in mano - quei servizi che sono di sua stretta competenza.

Di qui le infiltrazioni negli affari pubblici di personaggi o gruppi che spesso sono espressione della criminalità organizzata o indirettamente ad essa collegata. Ciò che avviene attraverso il fenomeno purtroppo sempre più diffuso "delle scatole vuote", vale a dire quelle società che si aggiudicano appalti o subappalti per cederli poi ad altri soggetti in dispregio della legge antimafia, che non consente deroghe e vieta non soltanto di ricorrere a subappalti ma anche a raggruppamenti temporanei con altre imprese.

Credo che una sana gestione in tema di appalti pubblici dovrebbe ispirarsi a questi principi. - Limitazione del ricorso alle trattative private - Maggiore pubblicità dei bandi - Rigoroso e reale calcolo del costo dell'opera - Diversa disciplina dei collaudi e dei controlli - Divieto di associazioni temporanee di imprese dopo l'aggiudicazione delle gare - Limitazione dei subappalti. Inoltre sarebbe opportuno il controllo delle ditte iscritte all'Albo Nazionale dei Costruttori per verificarne l'idoneità tecnica, la capacità finanziaria, e il personale addetto in media in un anno in rapporto al fatturato; parametri questi che potrebbero smascherare aziende poco trasparenti o di copertura. Spesso, infatti, notabili locali si inseriscono nelle piccole imprese, personalmente o con dei prestanomi e costringono le grandi ditte che hanno vinto la gara a cedere loro parte dei lavori.

Debbo ora ulteriormente portare l'attenzione sul Materano e particolarmente su tre situazioni. Perdura la spoliazione di terre del demanio su cui insistono fabbricati abusivi e quindi v'è degenerazione e corruzione di quei valori che sono alla base di uno Stato di diritto. Si impone la restitutio in integrum, reprimendo in modo radicale le connivenze o le resistenze che eventualmente vi si frappongono.

Non è stato ancora possibile effettuare una ricognizione dei possessori vecchi e nuovi delle terre del Metaponto e dei titoli legittimanti, mi si dice per difetto di collaborazione dell'ESAB, e quindi ciò ha impedito e impedisce anche le opportune indagini sui contributi e sui finanziamenti concessi. Intanto in quelle terre, dei ben noti personaggi, anche calabresi e pugliesi, si sono autolegittimati a possedere e vi hanno posto radice con una concentrazione di attività mai indagata e che portano al sospetto.

Il Materano, infine, pullula di società finanziarie. Il Procuratore della Repubblica di Matera ipotizza una situazione a rischio per la pre-


 

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senza attiva di questi enti societari e fonda il suo giudizio sulla premessa maggiore - qual'è l'inserimento nel comparto agricolo-alimentare di soggetti e gruppi provenienti dalla Campania e dalla Calabria, che operano senza osservare le regole del libero mercato - e sulla premessa minore - individuata nella combinazione di più circostanze che sono lo scopo sociale (recupero crediti), la presenza nelle amministrazioni di soggetti già colpiti da provvedimenti restrittivi della libertà personale, la consistenza dei depositi. A lui competono ora le indagini e non tanto per la validità della sua proposizione sillogistica quanto per la scoperta di eventuali crimini. Orienti, poi, la sua attenzione su una nuova, sospetta tendenza di alcune imprese, ossia quella della trasformazione della ragione sociale da industriale ad agricola, usufruendo degli stessi impianti. Ciò consentirebbe di ottenere cospicui contributi, anche quelli CEE. Il piano, quindi, potrebbe essere preordinato a commettere grandi truffe »65

Ormai il dado è tratto. Anche per la magistratura d'appello la Basilicata entra a far parte di quel nuovo gruppo di regioni insidiate o conquistate dai clan mafiosi su cui incominciano a soffermarsi le attenzioni degli studiosi e della politica. Gelormini dice con estrema franchezza e puntigliosità documentata tutto quel che c'è da dire e che nessuno, in sede giudiziaria così alta, aveva mai detto. Da quel momento non ci si poteva più nascondere dietro un dito e far finta di niente, in fatto di crime company, accadesse sotto il cielo di Lucania.

Lo stesso procuratore, alla sua terza relazione, annota che «il fenomeno criminale avanza e la Basilicata scivola ancora in basso con una relazione specifica all'ambito del crimine organizzato, dello spaccio della droga e della lesione dell'ambiente» 66 ma con amarezza registra che «la proiezione in ambito immaginario dell'idea di una regione separata e lontana da certi fenomeni criminali è, purtroppo, ancora ostinatamente nella coscienza di alcuni. I quali, però, argomentano per sofismi, nascondono fatti e argomenti, espongono in modo inesatto e travisano l'opinione avversa. La fallacia di questa idea viene dalla logica e dalla verifica degli eventi» 67. E la verifica degli eventi, secondo il procuratore, consiste in un eloquente elenco di episodi criminali che continuano a verificarsi nella regione e che non permettono a nessuno di continuare «nello stato di profondo sonno dommatico indotto dalla opinione

6i G. GHa.ORMINI, Relazione sull'amministrazione della giustizia nell'anno 1990, cit., pp.

16-22.

66 G. GELORMINI, Relazione sull'amministrazione della giustizia nell'anno 1991, Potenza 10

gennaio 1992, p. 23. 1" Ibidem.

 


 

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che la Lucania conserva la tradizione della tribù e quindi quello della difesa dì ogni attentato al suo ordine etnico»68.

Le estorsioni e le sparatorie continuano, la gente di Montescaglioso assiste impaurita e impotente agli omicidi, alle stragi di mafia e anche agli agguati contro i carabinieri («Non sono stati pochi i momenti in cui ci alzavamo al mattino e ci chiedevamo cosa fosse successo durante la notte», confesserà Maria Bubbico, sindaco di quel centro durante un Consiglio comunale aperto 69), il municipio di Melfi viene incendiato come gli uffici di una cooperativa agricola di Scanzano che potrebbe turbare gli interessi dei clan, i collegamenti con la mafia pugliese sono ormai conclamati: per affermare che la mafia opera a pieno regime in Basilicata basta e avanza e, avverte Gelorminí, bisogna oltretutto tenere conto che «il crimine organizzato ha una sua logica di sviluppo, perversa ma logica»70 con cui bisogna fare i conti quotidianamente.

6. Procure territoriali e società politica

Ma le minimizzazioni e le sottovalutazioni che, prima dell'avvento di Gelormini, erano evidenti, appartenevano soltanto alla procura generale o anche l'altra magistratura, quella delle procure territoriali soprattutto, aveva le bende sugli occhi?

Sembra proprio che dalle procure, in particolar modo da quella di Matera, la progressione della criminalità sia stata denunciata anno dopo anno nelle informative trasmesse al procuratore generale della Corte d'Appello perché ne facesse uso per le inaugurazioni dell'anno giudiziario. Lo ricorda il gruppo di lavoro della Commissione parlamentare antimafia formato dall'ex presidente della Regione Carmelo Azzarà, diventato senatore, e dal deputato Luciano Violante, nella relazione redatta dopo la visita in Basilicata del 22 luglio 1991, e gli incontri con alcuni sindaci, amministratori comunali, magistrati e responsabili di forze dell'ordine:

«Nel 1983 si faceva riferimento ad un flusso di danaro pubblico che sovente veniva impiegato e distratto a fini illeciti; "scarsissima", se non inesistente, è la vigilanza affidata agli enti erogatori, che si limitano a controlli del tutto formali nella fase di approvazione, tralasciando di seguire quella esecutiva e fornendo così l'occasione per indebite distrazioni od appropriazioni.

68 Ivi, p. 25.

6' COMUNE DI MONTESCAGLIOSO, Resoconto della seduta del Consiglio Comunale aperta alla cittadinanza e con la presenza della Commissione Antimafia, 17 luglio 1993. 70 Ibidem.

 


 

 

 

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Nel 1989 si riferiva che il comparto agro-alimentare era stato preso di mira dalla criminalità organizzata, "attirata prevalentemente dal settore della concessione di contributi per opere pubbliche, sovvenzioni ed agevolazioni per attività produttive". Sono fenomeni altamente rischiosi «perché, attraverso connivenze locali, soggetti o gruppi di provenienza campana e calabrese si stanno muovendo, inizialmente con l'acquisto dei prodotti agricoli e successivamente con l'acquisizione di beni immobili e di terreni, per svolgere in proprio pseudo-attività agricole rendendo più difficili le indagini". "Uno degli strumenti prescelti è la costituzione di società fittizie poste quasi sempre dalle stesse persone legate da vincoli o familiari o associativi".

Infine nel 1990 veniva evidenziato il "rischio determinato dall'inserimento nel settore creditizio, ed in ispecie nei piccoli organismi locali, con depositi di notevoli somme e con la scalata nei consigli di amministrazione da parte di persone raggiunte anche da provvedimenti restrittivi della libertà personale". Di conseguenza si riteneva auspicabile una maggiore vigilanza da parte degli organismi competenti in tale settore, in materia di appalti, concessioni e sovvenzioni, nel campo delle assegnazioni di terreni provenienti dalla riforma fondiaria.

Si richiedeva altresì una maggiore attenzione delle pubbliche amministrazioni per raggiungere il duplice risultato "di porre fine ad aree di illegalità diffusa e di ridare fiducia ai cittadini i quali sarebbero incoraggiati ad una più efficace collaborazione"»71.

Anche nel Melfese, i magistrati inquirenti non se n'erano stati con le mani in mano. La Procura di Melfi è in allerta e già il 19 marzo 1982 interviene contro due camorristi napoletani che sbarcano in provincia con lo scopo di costituire una cosca.

L'attenzione sui fenomeni degenerativi che il terremoto ha determinato nel tessuto economico, sociale e politico della regione, è richiamata

ancora da politici di sinistra e da sindacalisti. Il 14 ottobre 1982 a Venezia, durante una tavola rotonda sul tema «Lotta alla droga, mafia camorra e terrorismo», è il senatore del Pci Francesco Martorelli, penalista calabrese impegnato come parte civile in diversi processi di mafia,

membro della commissione Giustizia, a spiegare che il volto moderno della questione meridionale è rappresentato proprio dalla mafia che, approfittando della "linea assistenziale" nei confronti del Mezzogiorno,

minaccia di allargarsi a tutte le regioni, Basilicata compresa. In quella

71 Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari - X Legislatura - Relazione sulle risultanze dell'attività del gruppo di lavoro incaricato di svolgere accertamenti sullo stato della lotta alla criminalità organizzata in Basilicata, approvata i115 gennaio 1992 (da ora in poi: Relazione Azzarà-Violante)


 

 

 

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stessa sede, Francesco Forleo, all'epoca segretario nazionale del Siulp, il sindacato unitario di polizia, accenna alle prime indagini sulle infiltrazioni mafiose nella regione72. E un anno dopo, il 22 novembre 1983, un nuovo allarme viene lanciato dai sindacati unitari che in una conferenza stampa a Potenza, a tre anni dal terremoto, si soffermano sulle irregolarità nei pubblici appalti e sollecitano l'applicazione della legge antimafia per evitare conseguenze peggiori73.

Intervenendo alla "Seconda conferenza Mafia Stato Società" a Reggio Calabria nel dicembre 1983, Mario Lettieri, comunista, vicepresidente del Consiglio Regionale della Basilicata, afferma che «vi sono infatti anche in Basilicata, sintomi e processi assai preoccupanti, soprattutto in relazione alla criminalità economica legati agli appalti pubblici e alla ricostruzione»74 e aggiunge in maniera esplicita che la criminalità in Basilicata scaturisce da un intreccio tra affari e politica75 per cui «gli appalti di opere pubbliche, gli incarichi di progettazione e le agevolazioni per gli investimenti industriali hanno (...) stimolato appetiti di clans e gruppi locali e no, protetti dai partiti di governo, ma cresciuti anche, grazie a una diffusa incapacità ed alla pigrizia mentale che non hanno fatto comprendere la portata di certi fenomeni, che hanno da un lato condizionato la vita democratica e dall'altro assunto sempre più le caratteristiche di una vera e propria criminalità economica» 76.

D'altra parte, proprio nel Melfese, l'escalation criminale assume forme violente, manifestando interessi "imprenditoriali" e tentando un assoggettamento totale del territorio con la capillarizzazione del racket dell'estorsione che la procura, per come può, tenta di contrastare.

6. C'è ormai una mafia matura

Il procuratore Gelormini lascia l'incarico nell'anno dell'attacco terroristico-mafioso alle istituzioni e ai simboli giudiziari con le stragi Falcone e Borsellino, che è anche l'anno di avvio della Procura nazionale e delle Procure distrettuali antimafia. La sua eredità viene raccolta da Libero Panetta, già procuratore della Repubblica a Matera, che resterà nell'incarico di procuratore generale di Potenza per oltre cinque anni. Panetta, il cui ufficio negli anni passati aveva avviato procedimenti contro i clan emergenti del Metapontino, fa suo il grido d'allarme di Gelormini

72 Terrorismo e mafia: dibattito a Mestre, Ansa 24 ottobre 1982.

73 A tre anni dal terremoto del Sud: sindacati Basilicata, Ansa 22 novembre 1983.

74 MARIO LETTIERI, Intervento, in: 2" Conferenza mafia Stato Società, Silipo & Lucia Edi

tori, Catanzaro, 1985, p. 581. 7s Ibidem.

16 Ibidem.


 

 

 

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e rilancia sul pericolo del consolidamento mafioso sul territorio. Quindi introduce un nuovo-vecchio allarme su cui insisterà in futuro, quello dell'usura, un male endemico della regione'7, una volta appannaggio della borghesia parassitaria ora tramutato in un'impresa della criminalità organizzata che approfitta delle debolezze dell'economia e dei varchi aperti nel sistema bancario.

A volte enfatizzato, a volte sottovalutato, comunque sempre presente, il "dare a censo", denunciava Panetta nel gennaio 199378, desta allarme sociale perché sta diventando un fenomeno associativo della malavita; «II ricorso all'usura è sempre più generalizzato», aggiungeva nel 199479- «L'usura è apparsa in tutta la sua dimensione di fenomeno sociale che strangola l'economia asservita e coartata», concludeva l'anno successivo". E per confermare che il fenomeno avesse una sua rilevanza preoccupante, nel 1997, anche il procuratore generale facente funzioni, Pasquale Antonio Cristiani, spiegava a una distratta platea ancora convinta di vivere separata dai devastanti fenomeni di mafia, che l'usura aveva assunto rilievo anche perché veniva gestita «in maniera associativa per raggiungere le vittime prive di sostegno da parte degli istituti di credíto»81

Tornando al problema della criminalità organizzata Panetta sostiene che «la Basilicata è percorsa ed attraversata dal crimine nelle sue molteplicí manifestazíoní» e che «dísattenzione, sottovalutazíone in tutte le sedi, non escluse quelle investigative e giudíziarie, attaccamento a stereotipi, aspirazione al perbenismo, malinteso senso di distinzione verso altre realtà geografiche hanno, ad eccezione di poche voci e segnalazíoni tempestive, deposto per lungo tempo un manto su un magma ríbollente, che ha rotto la crosta ed è esploso in tutta la sua crudezza»82. La realtà, infatti, è quella che è, ed è fatta di clan con rapporti consolidati con associazioni esterne, capaci di forza intimidatrice, con un modus operandi che utilizza «metodi di particolare violenza ed efferatezza, come testimoniano i sanguinosi episodi accaduti nel circondario di Melfi,

,7 PANTALEONE SExc[, I miracoli del Cardinal Giordano, MicroMega, 1, 1999, p. 20.

'$ LIBERO PANETTA, Relazione sull'amministrazione della giustizia nell'anno 1992, Potenza 16 gennaio 1993, p. 15.

i9 L. PANETTA, Relazione sull'amministrazione della giustizia nell'anno 1993, Potenza 15 gennaio 1994, p. 14.

Ro L. PANETTA, Relazione sull'amministrazione della giustizia nell'anno 1994, Potenza 14 gennaio 1995, p. 16.

$i PASQUALE ANTONIO CRISTIANI, Relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 1998, Potenza 12 gennaio 1998, p. 10.

82 L. PaNFTTA, Relazione sull'amministrazione della giustizia nell'anno 1992, cit., p. ll.

 

 


 

 

 

 

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nel Metapontino e ancora di più a Montescaglioso»". Tutta la Basilicata è nel mirino dei clan, avverte Panetta, anche se l'attacco si esprime in maniera diversa sul territorio, e ciò è spiegabile anche con il fatto che la delinquenza indigena «ridimensionando un luogo comune e un'opiníone corrente... è cresciuta, affinando nella comune detenzione negli istituti di pena la valenza aggressiva, dando prova che, almeno in questo settore, la formazione professionale ha avuto successo84. Insomma «si è verificata una trasformazione di precedenti gruppi delinquenziali locali, dapprima piuttosto amorfi, in strutture organizzate verticisticamente e collegate ad assocìazionì esterne alla regione»35.

L'immagine della mafia lucana di cui parla il procuratore, sulla base delle informazioni avute dai procuratori circondariali e dalla nuova procura antimafia, è quella, nitida, di una organizzazione che spazia a tutto campo, imprenditrice di protezione violenta con le tradizionali forme estorsive, attiva nel traffico degli stupefacenti dove estende la propria presenza anche all'intermediazione, capace di dedicarsi a traffici raffinati nel settore economico (in questo influisce chiaramente lo spostamento del baricentro della delinquenza metapontina dall'asse tradizionale con la Puglia verso la Calabria), aprire un inesistente istituto di credito a Bernalda e manifestare, dunque, una chiara tendenza al riciclaggio, considerato in assoluto «momento necessario dell'economia criminale e, quindi, della vita delle grandi organizzazioni crimìnali»86.

Finalmente l'attenzione sul problema cresce e lo stesso Panetta nella relazione dell'anno successivo ne da atto compiaciuto, affermando, con un pizzico di ottimismo, che tutti gli strati sociali sono coinvolti e interessati. Cresce in parallelo l'attenzione dei media ed è l'indice più sicuro di questo interesse crescente e attento su un tema così delicato come quello del rischio mafioso. Sente di dover giustificare « il ritardo che ci ha esposto ad una indiscriminata sottovalutazione»87, il procuratore Panetta, e lo spiega in primo luogo con la «difettosa percezione dell'intero quadro nel quale opera l'amministrazione della giustizia»88 e quindi con «l'insufficiente disamina dell'insieme dei fenomeni che, anche a livello extraregionale, interagiscono e condizionano il rendimento del servizio»89.

Il Ivi, p. 14.

R4IV1, p. 12.

&s [vi, p. 13.

86 GIULIANO TURONF, La lotta contro il riciclaggio. In: LUCIANO VIOLANTE (a cura di), Mafie

e antimafie. Rapporto 1996, Laterza Editore, Roma-Bari, 1996, p. 142.

17 L. PANFTTA, Relazione sull'amministrazione della giustizia nell'anno 1993, cit., p. 6. $a Ibìdem.

8y Ibidem.


 

 

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La presa di coscienza collettiva rappresenta dunque, anche per il procuratore, un notevole passo in avanti, per cui «non è più tempo di ipotesi, di timori, di stupore ma di una consapevolezza di una realtà che è sotto gli occhi di tutti» 90. La penetrazione mafiosa è stata massiccia, all'interno dei vari gruppi si sono consolidati ruoli e funzioni. Panetta descrive ormai una mafia matura, forte, con profonde radici nell territorio, che ha ben assimilato la lezione delle mafie "sorelle". E una realtà ancora poco esplorata in verità. Allarmano l'entità dei gruppi e il numero di affiliati, impegnati in diverse attività illecite, traffico d'armi, usura, prostituzione, droga, credito finanziario e societario, «perché la criminalità sa cogliere, individuare e sfruttare tutte le occasioni per incrementare ed impinguare i profitti»91. Si tratta, dunque, di una delinquenza che il procuratore definisce «scaltra, che affina continuamente metodi operativi con tecniche sofisticate»92.

Sono gli anni in cui, in Basilicata, l'azione anticosche della magistratura e delle forze di polizia incomincia a produrre risultati interessanti. Gruppi criminosi vengono individuati e perseguiti93, diversi processi vengono celebrati e anche qui il contributo dei collaboratori di giustizia locali94 serve a svelare i misteri e gli affari delle cosche. Ma c'è un nuovo campanello d'allarme: la criminalità comune si sta trasformando in un capace serbatoio di adepti per i clan emergenti. «La criminalità organizzata - insiste il procuratore Panetta nella sua relazione del gennaio 1995 - presenta un quadro dai contorni sempre più allarmanti» 95. La mappa degli insediamenti mafiosi si va perfezionando e si allarga nel Melfese, «segnatamente nel Venosino» dove è in atto una guerra tra clan per il controllo del mercato della droga. Estorsioni, traffico di stupefacenti e di armi, riciclaggio e usura sono i mali vecchi e nuovi su cui il procuratore richiama l'attenzione, anche perché - dato inquietante - si registra un'aggregazione tra i vari gruppi criminali che fino al momento avevano operato in autonomia o in collegamento con clan extraregionali.

90 Ivi, p. 11.

yi Ivi, p. 13.

91 Ivi, p. 20.

y; Da ricordare la cosiddetta "operazione Siris", 53 arresti effettuati il 19 ottobre 1993 (altri 27 ordini di cattura vengono notificate a persone già in carcere), che azzerano momentaneamente la mafia del Metapontino organizzata nei clan Ripa e Scarcia, collegati il primo con la "famiglia" Maesano di Isola Capo Rizzuto, nel Crotonese, il secondo con il clan Carelli che deteneva il controllo degli affari illeciti in gran parte dell'alto Jonio cosentino 94 Ancora il 4 dicembre 1992, il pentito siciliano Leonardo Messina, interrogato dall'antimafia, rispondeva di non essere a conoscenza di strutture di Cosa Nostra in Basilicata

y' L. PANH;TTA, Relazione sull'amniinistrazione della giustizia nell'anno 1994, cit., p. 11.


 

 

 

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Il fenomeno mafioso - come si vede - adesso è seguito passo dopo passo nei suoi mutamenti e senza più stendere veli. L'attività della Direzione distrettuale antimafia, oltretutto, offre faldoni su faldoni di inchieste alla valutazione giudiziaria e all'analisi sociologica.

Rispetto alle relazioni dei procuratori per gran parte degli anni Ottanta, quando venivano dedicati soltanto accenni assolutamente insufficienti all'assalto mafioso che pur si manifestava in maniera violenta, il dopo-Gelormini è senza reticenze o disattenzioni. Per cui, ancora nel 1996 il procuratore Panetta denuncia che «le compagini criminose conservano tuttora un'ampia potenzialità di nuocere al tessuto produttivo della regione, un inalterato radicamento sul territorio, un elevato livello di espansione» 96 e che «il fatturato prevalente delle attività illecite è sempre legato al mercato della droga»97 come documentano i procuratori della Repubblica del distretto.

E mafia cresciuta, dunque, quella lucana, che ha finito da tempo l'apprendistato, che può sedere alla pari al tavolo delle grandi mafie nazionali. Ed è anche mafia spregiudicata che approfitta della contingenza bellica nell'area balcanica per trafficare in armi contro droga, che si occupa di sistemare scorie radioattive e sostanze tossiche nocive, che approfitta degli esodi umani provenienti dai Balcani e dall'Est europeo in dissolvimento sociale per mettere in piedi una rete capillare di prostituzione e di nuove schiavitù. Lo stesso procuratore Panetta, nella sua ultima relazione, ribadisce che la criminalità organizzata mantiene tutto il suo peso come nel passato «esercitando prevaricazioni e cagionando morti nelle lotte intestine» 98, anche se avverte che «l'indiscriminata generalizzazione sia pure in buona fede rischia di generare confusione che non giova in alcun modo»". Il procuratore, poi, corregge quel che appare come luogo comune - che l'intero territorio lucano, cioè, è infeudato alle cosche - affermando che la criminalità ha invaso alcune aree ma è inesatto sostenere che sia riuscita a coprire con la sua influenza l'intera Basilicata.

In ogni caso la regione è stata e resta una regione a forte rischio. Lo conferma l'anno successivo all'inaugurazione dell'anno giudiziario, il procuratore generale facente funzioni Pasquale Antonio Cristiani il quale spiega che i dati relativi al radicamento e all'espansione territoriale

9fi L. PANETTA, Relazione sull'amministrazione della giustizia nell'anno 1995, Potenza 14

gennaio 1995, p. 11.

91 Ivi, p. 13.

91 L. PANE'CTA, Relazione sull'amministrazione della giustizia nell'anno 1997, Potenza 11

gennaio 1997, p. 10.

99 Ivi, p. 9.

 


 

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della criminalità organizzata sono allarmanti. Vengono scoperte altre organizzazioni criminali che si esprimono con metodologie di violenza che ricordano quelle della 'ndrangheta, delle faide e delle teste mozzate e qualcuno, drammaticamente, tenta la via dei sequestri di persona1°0 altri cercano di inserirsi negli appalti pubblici. I reati di mafia sono così in aumento, la tran parte degli omicidi s'inquadra in fatti di criminalità organizzata, spiega Cristiani101. Tutto questo mentre si fa sentire sempre più l'influenza pesante delle mafie calabresi, pugliesi e campane e i vincoli associativi e operativi con i gruppi criminali locali di altre regioni diventano sempre più saldi e ramificati.

8. Un ritorno all'antico?

Il convincimento giudiziario della potenza dei clan lucani, rafforzato da indagini e processi, si presenta ormai consolidato. Nonostante ciò una relazione interlocutoria, se non proprio un passo indietro nelle valutazioni del fenomeno mafioso, è quella che viene fatta 1' 11 gennaio 1999 dal nuovo procuratore Salvatore lovino che, in verità, si era insediato da poche settimane proveniente da altro distretto giudiziario. Le sue osservazioni e le sue analisi però sanno di antico e si presentano approssimative. Dopo anni in cui le relazioni dei procuratori passano sotto la lente d'ingrandimento ogni movimento mafioso, lovino, col suo breve testo letto all'assemblea distrettuale, in pratica sostiene che non esistono stabili fenomeni di associazioni locali autonome (ciò mentre la Procura Distrettuale Antimafia "scopre" la struttura della nuova mafia detta dei "Basilischi" che si è affrancata dalle tutele calabresi); b) una criminalità collegata con ambienti mafiosi delle regioni circostanti è causa del diffondersi della criminalità organizzata nella regione102

Anche sul fenomeno dell'usura che i suoi predecessori avevano indicato tra i reati più preoccupanti proprio perché la mafia era impegnata in prima persona, il procuratore evita di soffermarsi. Dedica sette righe al processo di Lagonegro contro l'usura in Val d'Agri, su cui c'è l'attenzione di mezzo mondo poiché il procuratore Michelangelo Russo e il sostituto Manuela Comodi hanno messo sotto processo anche il cardinale di Napoli Michele Giordano, poi assolto in primo grado perché il fatto non sussiste, accusandolo di essere un usuraio con i soldi della Curia

"~° A Venosa 1"11 novembre 7997 è rapito e subito ucciso lo studente Donato Cefola di 16 anni.

L01 P. A. CRISTIANI, Relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 1998, cit., p. 10. ' SALVATORE IOVI!v0, Relazione sull'arnministrazione della giustizia nell'anno 1998, Potenza 11 gennaio 1999, p. 10.


 

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partenopea 103. E aggiunge altre tre righe sul fenomeno in generale, senza parlare più di una pratica illegale gestita da associazioni criminose sui cui avevano tanto insistito i procuratori Panetta e Cristiani e su cui la Procura antimafia di Potenza aveva in corso un'indagine proprio per i legami tra usurai dai colletti bianchi e criminalità organizzata.

Il procuratore lovino - lo afferma l'anno successivo - condivide l'idea che si fa strada, e che è contenuta in una relazione della Direzione Nazionale Antimafia e dell'Università Commerciale Bocconi104, secondo cui non c'è «una diffusa criminalità sul territorio del distretto, così come conosciuta nelle regioni confinanti» 1°5, anche se nella regione esistono numerose condizioni che potrebbero favorirne l'insorgere. In ogni caso, guardando agli eventi del 1999 e alla "diminuita sopravvenienza" di procedimenti per reati di mafia, che il magistrato attribuisce all'azione di contrasto sul territorio, lovino sostiene che la situazione sul fronte della criminalità organizzata è migliorata ma continua a presentare tratti di marcata gravità106. Se le indagini hanno consentito, infatti, di colpire l'organizzazione mafiosa dei "Basilischi" che aveva ramificazioni in tutto il territorio regionale 107 , per il magistrato bisogna tenere comunque vigile l'attenzione per evitare possibili riviviscenze delle forze residue o ritorni di violenza nel Vulture-Melfese dove continuano a muoversi clan mafiosi molto attivi e per i pericoli a cui potrebbe andare incontro la Val d'Agri dove si stanno insediando iniziative imprenditoriali legate all'attività estrattiva del petrolio. La convinzione del Pg è quella, in un certo senso, "scolastica": che la criminalità s'insedia dove ci sono affari. Addirittura lovino va oltre temendo che siano le stesse imprese a fare da untori e diffondere il fenomeno mafioso: «Gruppi industriali ed economici di provenienza extraregionale - sostiene -(...) potrebbero farsi veicolo inconsapevole dell'introduzione sul territorio di organizzazioni criminali esterne» 108

I delitti di criminalità organizzata sono in diminuzione, ma il giudizio di cauto ottimismo viene stemperato dallo stesso lovino che sostiene la necessità di non abbassare la guardia109

103 PANTALEOwN: SENGI, "Ego te absolvd", MicroMega, 1, 2007, pp. 175-186.

104 PIF;RO LiI1G1 VIGNA, DONATO MASCIANDAHO E FH11\C0 RUBH,R'CI (a cara di), Quale econo

mia contro la criminalità? Il caso Basilicata, Università Bocconi - Direzione Nazionale Antimafia, Matera, 1999.

10'' S. lovrno, Relazione sull'amministrazione della giustizia nell'anno 1999, Potenza 15

gennaio 2000, p. 21.

IO'> Ibidem.

107 Mafìa: Basilicata, sgominato nuovo "clan", 1"Basilischi", Ansa, 22 aprile 1999.

108 S. IovINO, Relazione sull'amministrazione della giustizia nell'anno 1999, cit., p. 21. 119 Ivi, 1). 23.


 

 

 

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L'immagine usurata di una regione «ad alto rischio, stretta come è tra la Puglia, la Campania e la Calabria»ii0 viene riproposta dal procuratore facente funzioni Renato Liguori all'inaugurazione del primo anno giudiziario del nuovo millennio. Per il magistrato il problema della criminalità organizzata può essere liquidato con quattro righe a stampa della sua relazione: «Abbastanza forte è la presenza di attività delinquenziali delle associazíoní di tipo mafioso nel Materano, legate al traffico di droga al contrabbando, e nel Vulture, come testimoniano alcuni omicidi avvenuti in quel territorio - nonché nel Melfese e nel Venosino»iil

 

9. Conclusioni

Se dovessimo esporre in un grafico la "curva d'allarme" sul fenomeno della mafia in Basilicata, assegnando un valore numerico ai giudizi più o meno preoccupati o più o meno tranquillizzanti dei procuratori generali relativamente al periodo preso in esame, che è poi quello in cui l'insediamento mafioso nasce, si consolida e viene, con ritardo, affrontato, dovremmo ricorrere a una linea bassa e sostanzialmente piatta per i primi cinque anni del 1980 (quando la regione e la sua magistratura quasi in blocco respingono l'idea di una possibile contaminazione mafiosa), leggermente in ascesa negli anni successivi, fino ad avere, preceduta da una forte elevazione nel 1990, una vera e propria impennata nel 1991 con la relazione di Gelormini. Quindi dovremmo proseguire con una linea a valori elevati e crescenti di attenzione e preoccupazione con la gestione Panetta, linea che tende, infine, lentamente a decrescere e tornare, a fine Millennio, a valori uguali a quelli di 15-20 anni prima, nella convinzione forse che i successi investigativi e i processi celebrati siano stati sufficienti e ridurre il fenomeno in limiti fisiologici.

Anche i Lucani, negli ultimi venti anni, loro malgrado si sono resi conto dell'esistenza di una presenza mafiosa che col tempo è diventata sempre più pressante e, contemporaneamente, della percezione delle alte cariche della magistratura regionale che, a lungo, sostanzialmente e paradossalmente è stata inversa al peso reale del crimine organizzato. Sarà - dovrà essere - oggetto di discussione e di analisi, ovviamente, capire come e perché una nuova mafia si è insediata su questo territorio dove, alla resa dei conti, non sono comparsi gli anticorpi giusti per arginarla o espellerla. Certo è che in Basilicata si sono radicati clan potenti e si è sviluppata un'economia mafiosa che si regge sui tre classici

"0 RENATO LIGUOKI. Relazione sull'amministrazione della giustizia nell'anno 2000, Potenza 13 gennaio 2001, p. 8.

111 Ivi, p. 14.


 

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pilastri' 12: il sistema delle estorsioni, il traffico di droga, il controllo degli appalti e l'intercettazione della spesa pubblica, seppure non in termini di monopolio.

Il cambiamento certo è che, dopo le emergenze sociali e giudiziarie che la Procura Distrettuale Antimafia, da quando istituita, ha affrontato, con determinazione anche se spesso con mezzi e uomini insufficienti; c'è la consapevolezza che bisogna fare i conti con l'insediamento di una mafia nuova nella regione (la famiglia dei Basilischi). Si tratta di una criminalità diversa da quelle tradizionali nella struttura e nell'organizzazione e nel modo di agire che ha approfittato proprio dell'altalena di attenzioni, della percezione difettosa e dell'analisi approssimativa degli "indicatori" mafiosi che per anni è stata fatta, per meglio radicarsi sul territorio. Che poi questa mafia non usi la lupara e non abbia di conseguenza una "visibilità" come le tradizionali mafie del Sud, è un altro conto: utilizzando un modello di analisi sociologica si potrebbe dire che la mafia lucana sia passata direttamente dalla società contadina a quella post-industriale. Il "know how" era li a portata di mano, fornito dalle mafie amiche e cointeressate ai grandi affari della Lucania.

112 Guglielmo Ragozzino intervista Mario Centorrino Mafia ed economia. In: Mafia, anatomia di un regime, Librerie Associate, Roma, 1992, p. 37.

 


Per approfondire:  titoli di giornale      micromega 2006