Quando il piave mormorò..

 07 agosto 2007.

                                    

         Carissimo amico emigrato che in questi giorni affolli i paesini dei tuoi natali e dei tuoi  morti e pensi che l'Italia del Nord, nella quale abiti e stanno crescendo i tuoi figli, è bella, efficiente e moderna mentre quella del Sud è  inefficiente, sporca e pigra, penso, caro amico emigrato, che per la banale constatazione del fatto che sei indicato anche tu come  "emigrato", così come viene indicato un rumeno o un algerino, di fatto tu non sei simile agli altri italiani con i quali vivi in quei luoghi dove non sei nato. Non importa se fai il professore, il segretario comunale, il questore o l'operaio. Penso, caro amico emigrato italiano che parli tanto bene del nord dove lavori e dove sei chiamato emigrato, che anche tu avrai notato che nelle trasmissioni nazionali televisive di genere investigativo-culturale, sia della tv di stato che di quella privata, da Ballarò ad Otto e mezzo per esempio, non sono mai presenti esponenti pubblici del mondo universitario centro-meridionale. 

                                 A dire la loro su questioni pubbliche di interesse nazionale, per esempio sull'ultima manovra finanziaria del governo o su un qualsiasi scandalo di cronaca o di spy-story all'italiana, sono chiamati esponenti delle università di Roma o di Milano. Seguono pochissime altre università centro-settentionali, Bologna per esempio, ma puntualmente è sempre totale l'assenza dei docenti delle università centro-meridionali: dalla Sardegna alla Sicilia, dalla Puglia alla Campania. La stessa assordante assenza la si nota nel campo giornalistico: non vi è spazio per un'opinione del direttore del "L'ora" di Sicilia o de l"La Gazzetta del mezzogiorno" di Bari o de "Il mattino" di Napoli. Questi non sembra che siano giornali nazionali. I  territori che rappresentano non sono configurabili come nazionali. Gli articoli di questi giornali riportano solo fattarelli di paese, mai una pagina, un articolo, che abbia per argomento un evento nazionale: che parli per esempio del papa o del presidente del consiglio o della repubblica, o dell'ultima finanziaria o della riforma nazionale della scuola o dell'ultimo scandalo nazional-imprenditoriale, da Parmalat alla Telecom. Niente. Di queste cose sembra che ne parlino solo i giornali del nord. E quindi per  garantire che si parli di tutta l'Italia,e non di piccola cronaca provinciale, si aprono le porte della tv nazionale solo ad uomini come Vittorio Feltri, Giuliano Ferrara, Maurizio Belpietro, Mario Giordano o Paolo Mieli, che sono gli unici giornalisti italiani  puntualmente invitati dalle reti  rai di inchiesta di prima serata. Il sospetto è che la scelta operata è frutto di un riconoscimento di professionalità che, ovviamente, non è estensibile ai loro colleghi meridionali siciliani o sardi, campani o pugliesi, molisani o calabresi, abbruzzesi o lucani. Da Roma in giù le capacità analitiche si restringono, d'altronde siamo uno stivale, e i giornalisti sono impossibilitati a diventare grandi perché se ne vanno in fumo durante le torride estati siccitose ed arse del loro mafioso sud, dimostrando di essere quello che sono: di poco spessore, facilmente infiammabili e, perciò, provincialotti e retorici. Scontati. L'Italia pubblica che racconta al pubblico di cose pubbliche fa a meno degli uomini che abitano  le terre della siccità e delle università collocate da Roma in giù.

 

            La stessa assenza di rappresentatività di queste decine di milioni di abitanti, che  interessa più della metà della popolazione italiana, è riscontrabile anche sui libri di storia e di letteratura, in particolare della scuola secondaria superiore, a proposito  delle vicende storico-politiche e letterarie del territorio centro-meridionale. I fatti storici e letterari che stanno alla base della modernità ( e che costituiscono il patrimonio di base senza il quale non ci sarebbe stato questo presente) sono buoni e vengono vaporosamente descritti se appartengono alle regioni ricche, altrimenti vengono trattati in poche striminzite righe: si pensi alla storia normanno-sveva sul piano politico e letterario o alla rivisitazione critica sul periodo  risorgimentale e dell'unità italiana.  Naturalmente non mancano le eccezioni classiche: per esempio Pirandello e dintorni. 

     Un altro fenomeno fortemente sospetto di ostruzionismo da parte del mondo ufficiale della cultura italiana  si registra di fronte a possibili  tracce documentarie storiche che, se provenienti dal Sud, solitamente vengono tacciate di provincialismo e quindi non assoggettate ad approfondimenti di ricerca storico-archivistica. E' il caso del fondatore dei templari  o della storia che qui viene riportata riguardante un papa che con i suoi più alti esponenti ecclesiastici italiani s'incontra con i più potenti dell'Italia dell'epoca in un paesino sperduto del Sud. Ma nessun libro di storia ne parla. Eppure siamo sulla soglia delle crociate e di quello sconvolgimento che porterà alla questione israele-palestinese. Solo di Canossa ci è dato l'autorevole nulla osta di  leggere e sapere?

 

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