Il più autorevole esponente di origine lucana  della politica italiana  ha ammesso di essere un consumatore di cocaina.


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Martedì 25 novembre 2003- Droga e politica  - Trapelano le dichiarazioni dell'ex dc ai magistrati che conducono l'inchiesta su sesso e droga a Roma.  Il senatore a vita, secondo la legge ancora in vigore, dovrà presentarsi al prefetto per la riabilitazione.

Colombo ai pm: la coca era per me

Il senatore protesta: vergognosa fuga di notizie sulla mia deposizione

" Quella cocaina era per me: Sono un assuntore da non molto, non più di un anno, un anno e mezzo" Sono le 19 di giovedì scorso, il senatore a vita Emilio Colombo è chiuso da quattro ore nell'ufficio del pm Giancarlo Capaldo e Carlo Lasperanza. Un colloquio drammatico per uno dei padri della repubblica. Uno dei membri della Costituente. All'improvviso la dichiarazione shock: " Quella droga era per me. Per uso personale a scopo terapeutico. Rocco Russillo e Stefano Donno, i miei collaboratori, non c'entrano niente, si limitavano ad eseguire le mie istruzioni e a fare le telefonate che chiedevo: Martello le consegne le faceva a me." 

(......) L'ammissione di Colombo contrasta con le sue prime ammissioni. Droga?  "Io questa parola non la voglio nemmeno sentire...La verità è che io non so niente...Vengo dato in pasto all'opinione pubblica con  nomi appartenenti a un mondo che non conosco. Io, a 83 anni!...Le accuse sono una cosa lunare".


Fin qui lo stralcio, sopra riportato, con la confessione di Colombo il quale, secondo un collaudato e sedimentato comportamento morale molto attento alla somministrazione sociale, generosamente predicata, della bontà e dell'altruismo, per prima cosa ha scagionato i suoi collaboratori. No, cioè, ad essere precisi non è che le cose siano andate proprio così.  Perché per prima cosa il senatore a vita ha innanzitutto negato e cercato di chiamarsi fuori, e solo poi, ad essere fedeli cronisti, ha scagionato i suoi collaboratori dichiarando che ubbidivano ai suoi ordini.

Oltre a quella appena riportata, altre due annotazioni meritano una particolare, seppure breve, attenzione sull'atteggiamento avuto dallo statista: l'una riguarda la sua manifestazione di sdegno sulla fuga delle notizie, avvenuta dopo la deposizione ai magistrati, e l'altra sulla causa attribuita all'uso della droga: i fini terapeutici.

Lo sdegno. A proposito della fuga delle notizie. "Ciò è semplicemente vergognoso" dice il senatore, "Confido che la procura della Repubblica di Roma voglia indagare e far luce al più presto su questa inammissibile fuga di notizie".  Giusto. Sia il rispetto della privacy sia l'iter procedurale avrebbero dovuto fare da argine a qualsiasi tentativo di divulgazione all'esterno delle sue dichiarazioni. Eppure, traendo spunto dal richiamo alla vergogna da parte dello stesso senatore, sembra squisitamente vergognoso non tanto la fuga, comunque riprovevole, delle notizie dai palazzi della magistratura, ma l'atteggiamento di furbizia dimostrato dal senatore nel volersi nascondere e nel dichiararsi innocente. Perché furbizia? Perché l'immediata negazione dei fatti  sembra ragionevolmente legata alla necessità di volerne saperne un pò di più in merito e, quindi, di potersi regolare di conseguenza prima di ammettere qualsiasi cosa. Tra la furbizia e l'informazione, seppure non formalmente corretta, la bilancia della vergogna va senz'altro alla prima. Altra statura (e non furbesca come quella che nell'immaginario collettivo veniva attribuita a certa democrazia cristiana di una volta) avrebbe dimostrato un atteggiamento di immediata e non posticipata ammissione. Altra comprensione e altro, senz'altro favorevole perché misericordioso giudizio, avrebbe acquisito da parte dell'opinione pubblica il senatore a vita se, invece di negare avesse subito ammesso l'uso della droga e, perciò, si fosse presentato sulla platea dell' informazione e del giudizio pubblico con le sue umane debolezze, con la sua fragilità, col suo grido di comune anziano il quale, fuori dai riflettori e dalle maschere della pubblicità, semplicemente, e cristianamente, grida e racconta alla società, servendosi della droga, del suo bisogno di ricevere e di darsi un aiuto. Peccato chè così non siano andate le cose.

Il fine terapeutico. Chiunque, nessuno escluso, neanche i fautori della recente ed anacronistica normativa  sull'uso delle droghe, è d'accordo sulla circostanza che la droga pesante, e la cocaina appartiene a questa categoria, non ha mai fatto bene a nessuno ed è pericolosissima alla salute, fino ad essere letale. La droga per fini terapeutici è solo quella riscontrabile nei farmaci autorizzati e perciò somministrabile dietro prescrizione medica. Tutto il resto è altro. E' solo droga. Il senatore Colombo bene avrebbe fatto ad ammettere l'uso personale senza aggiungervi il fine terapeutico. E' un'aggiunta gratuita, di tipo difensivo. Perciò falsa. Non onesta. E a livello pubblico, dai fautori della res publica, a noi comuni mortali ed elettori avrebbe fatto piacere una pubblica testimonianza di verità e non di sentire, invece,  quel balbettìo di scuse e di mezzucci .messi in atto con spregio di orgoglio al solo e sospettabile scopo di inseguire un'impunità  "col misero orgoglio di un tempo che fu". Come scrisse il Manzoni.

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