La colonizzazione -Settembre 2000. La regione, ai suoi vertici istituzionali non politici, è fondamentalmente gestita da dirigenti che vengono da fuori. E' gente di passaggio che nel proseguimento della propria carriera amministrativo-statale trova nella nostra regione, principalmente a Potenza o a Matera, i posti vuoti da occupare. E' il caso dei Prefetti che si avvicendano con frequenza quasi annuale; dei Sovrintendenti all'Archeologia o ai Monumenti, dei Provveditori agli studi; dei magistrati. Questa circostanza non è estranea all'assetto generale socio-economico, culturale ed ambientale della regione perché non è né indifferente, né neutrale, "sentire" o meno la cultura del posto nello scegliere tra le varie modalità possibili in attuazione di norme e innovazioni. 

Nella manciata degli ultimi anni del XX sec., dopo la fine di una politica economica che ha caratterizzato l'Italia dagli anni sessanta in poi, la necessità di riduzione della spesa pubblica ha fatto registrare un altro tipo di desertificazione in Lucania, questa volta di tipo istituzionale e sociale.

E' appena finito il grande esodo dell'emigrazione, un minimo di benessere iniziava a diffondersi nella regione e i drammi della lontananza migratoria cominciavano ad essere attuttiti, quand' ecco che  inizia lo stillicidio della soppressione di enti ed istituti, cioè di posti di lavoro, che determina innanzitutto il disagio della mobilità. Per la dichiarata ragione del basso tasso demografico da pochissimi anni sono stati soppressi enti o istituti quali la direzione generale dell'Enel, il distretto militare, moltissime presidenze scolastiche. Il fenomeno non si è ancora esaurito, interessando oggi e nell'immediato futuro le pompe di benzina, ancora gli uffici di collocamento nonché gli uffici postali. Dimensionamento e riduzione della spesa pubblica sono le parole-chiavi con le quali si sopprimono posti  e si mettono ogni anno in mobilità decine di unità lavoratrici che, essendo la regione piccola, sono proporzionalmente anche loro pochi, e quindi non fanno notizia ma creano ugualmente disagio sociale su scale comunque significative a livello locale.

 E a parte gli aviglianesi impiegati alla Regione che garantiscono una forte e significativa presenza indigena, si pensi, oltre alle figure apicali non politiche, a quant'è vasto l'esercito dei "colonizzatori" in certi settori del lavoro quale quello della sanità o della scuola. E' il caso dell'esercito dei professori, che ogni anno riempiono le nostre scuole approdando dalle zone limitrofe ai confini fra le regioni: con i napoletani  e i salernitani  che frequentano Vietri, Baragiano e dintorni; i calabresi o campani che frequentano Lagonegro, Maratea e Trecchina; i pugliesi che frequentano Melfi, Genzano, Venosa o Palazzo. Si pensi anche a quanti medici, sempre campani o pugliesi, sono di passaggio dalle nostre strutture pubbliche: entrano in ruolo con sede a Venosa o a Potenza, a Val d'Agri o nel materano ma vengono da Napoli o dalle provincie pugliesi e, naturalmente, non vedono l'ora di ritornarvi. Si pensi, inoltre, a quanti funzionari non del luogo gravitano intorno alle Prefetture. Tutta gente di passaggio. 

Continuiamo ad essere una colonia, un'isola colonizzata; qui c'è una Babele di linguaggi socio-culturali sui quali non si sofferma a sufficienza la riflessione politica e intellettuale delle nostre massime istituzioni, della nostra gente. Viene in mente una frase di Carlo Levi del settembre del 1935: "Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo". E il bello è che oggi noi stessi stiamo diventando viaggiatori tra i viaggiatori: gente di passaggio. I paesi di fatto, seppure piccoli, inchiodano gli abitanti nel loro territorio permettondo una ridottissima mobilità extra-professionale. Di conseguenza, a meno che non si faccia politica attiva, da queste parti ci si conosce pochissimo: in questo senso il comune cittadino di un nostro qualsiasi paese è di fatto, nel suo territorio un pochino fuori dal proprio comune, un viaggiatore di passaggio, uno sconosciuto. Rispetto a tale problema le risposte classiche che si stanno dando comprendono sostanzialmente aiuti pubblici economici a sistemi para-produttivi quale, per esempio, quello del trasporto pubblico che, fuori dal servizio scolastico, è agonizzante o l'aiuto a sistemi pseudo-turistici effettuati con metodi solitamente a pioggia e legati a questo o a quel partito, assessore o presidente di comunità montana.

Un'ultima considerazione: il problema della dirigenza esterna non parte naturalmente da nessun giudizio riguardante l'impegno professionale dei dirigenti che vengono da fuori. Non sono in discussione tali caratteristiche. Nel gran calderone degli arrivi e delle partenze sono venute, e continueranno a venire, anche persone di alto ed altissimo profilo professionale e umano. Il problema è che non si fermano ad abitare da queste parti. Non possono. Le loro famiglie, fatte le dovute  limitatissime eccezioni, continuano a vivere altrove. La Basilicata è sostanzialmente solo terra di passaggio. Non è concorrenziale con nessun'altra regione nell'offerta di stimoli atti a farla scegliere quale regione di residenza. E' questo il problema. Il resto è retorica, propaganda di parte per chi ha interesse a cullare speranze per fini legati ad interessi personali; interessi di cui qualcuno in buona fede potrebbe anche non averne consapevolezza.

E' chiaro che lo status di professionista di passaggio  non è di certo una circostanza che debba  interessare gli interessati o di cui essi se ne debbano far carico. Il problema è il nostro, è di chi ha deciso di vivere in Lucania e non è disposto neanche a spostarsi nelle cittadine di Pz o Mt ma di continuare a vivere con i propri figli nei paesini originari. Che cambia in questi paesini (che costituiscono il 90% di tutta la regione) nel corso degli anni e del via-vai dei dirigenti (bravissimi) che intanto passano(dopo aver legiferato anche nei paesini del 90% della Lucania)  e vanno via? Il problema, complesso, e le sue risposte, non facili, continuano a rimanere sostanzialmente ignorate dalla classe politica dirigenziale, tradizionalmente accantonate sotto le macerie di sintetici e scontatissimi giudizi. (Canio Franculli)