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Castelli lucani
Una
piccola regione con tanti castelli, a testimonianza di come le sorti di un popolo
e di una geografia cambiano nel corso del tempo: da luogo di centralità
geo-politica strategicamente importante nei secoli passati, altrimenti con ci sarebbero stati tanti
castelli, all'attuale perifericità
nella moderna Europa. E se ai castelli si accostano i numerosi monasteri
lucani, entrambi testimonianza della forte e duratura presenza in loco di tutte
e due le forze di potere dell'epoca, quella feudale e quella ecclesiastica,
si può cogliere con maggiore pienezza la significativa centralità culturale e politica
della regione nel periodo medioevale.
La Basilicata è l'unica regione d'Italia, oltre l'estrema punta calabra, che tocca due mari opposti: l'Adriatico per qualche decina di km e il Tirreno per uno sviluppo costiero di circa la metà inferiore. Sul mare quasi inesistenti sono le torri d'avvistamento e le insenature portuali. Una volta ce n'erano. Anche se non erano molte e né ebbero un'importanza strategicamente significativa. Subito dopo l'unità d'Italia con R.D. n. 3467 del 30.12.1867 vengono però definitivamente cancellate. Sulle coste lucane all'epoca erano ancora esistenti, seppure giù da tempo ridotte a ruderi, residui di un passato che da Carlo V in avanti non avevano ricevuto nessuna forma di adeguamento o di ristrutturazione: la torre di Grive, di Acquafredda, Melesino, di Santa Venere, la torre del Porto, di Cala, il casello di Castro Accaro, la torre Bollita, di Sinno, la torre Vena, Mozza, Scanzana e la torre Salandrella.
Brindisi
di M .
Cancellara
Cirigliano
Colobraro
A presidiare la Lucania con manieri e torrioni, roccaforti e castelli sarà il territorio dell'entro-terra con i suoi accertati 34 castelli. Sarebbe a dire che su 4 paesi uno era fortificato da strutture permanenti e specializzate: Bernalda, Brienza, Brindisi di Montagna, Cirigliano, Craco, Ferrandina (Uggiano), Genzano di Lucania (Monteserico), Grottole, Irsina,
Craco
Episcopia
Grottole
Irsina
Lagonegro,Lagopesole, Laurenzana, Lauria, Lavello, Matera, Castelvecchio, Melfi, Miglionico, Moliterno, Muro Lucano, Oppido, Palazzo San Gervasio, Pescopagano, Pietragalla, Potenza, Ruvo del Monte, Sant'Arcangelo, Saponara di Grumento, Satriano, San Mauro Forte, Stigliano, Trecchina, Tricarico, Valsinni e Venosa. L'elenco di 34 è stilato per difetto. La maggioranza di essi sono impianti altomedioevali che aumentarono dinumero nella
Lagonegro
Lagopesole
Laurenzana
grande stagione della castellogia lucana del periodo normanno-svevo. Dopo Federico II, con l'arrivo dei D'Angiò la situazione si avvia al declino con qualche ritorno alla ristrutturazione e al recupero in epoca aragonese, ma senza più quella continuità e grandezza del sistema difensivo che si sviluppò con l'imperatore Federico. Inutili le coste, abbandonati a ruderi i castelli, la Lucania dopo gli anni dello splendore dall'XI al XIV sec. si avvia al declino.
Nei tempi lontani del loro splendore, quando i castelli pulsavano di vita, tra i cavalieri famosi dell'epoca ce n'era uno, il più conosciuto, che di nome faceva Perceval.
Era, Perceval, l'eroe dell’omonimo romanzo medievale più famoso dell'epoca e, purtroppo, rimasto incompiuto. Esso è 1'ultimo romanzo del ciclo bretone o della Tavola Rotonda di Chrétien de Troyes (1130-1180) scritto in francese antico. L'opera, quasi certamente, fu letta nelle corti italiane dei secoli XII e XIII e tratta dell'eroe Perceval, il piú puro dei cavalieri antichi, che si era posto in cerca del Santo gradale (il Graal), il piatto m cui Gesú mangiò l'agnello nel giorno di Pasqua.
In un passo del libro si legge di Perceval il quale, dopo aver cavalcato per tutto il giorno in cerca di avventure, avvicinandosi l'ora che volge al disio, pregò il Signore di fargli incontrare, strada facendo, un castello per potervi trascorrere la notte in quanto, quella precedente, l'aveva passata all'addiaccio. La preghiera fu subito esaudita e l'uomo si trovò, dopo non molto, di fronte ad una torre con un pinnacolo che svettava dal folto della foresta.
Miglionico
Moliterno
Monteserico
La gioia del cavaliere fu immensa e, spronato il cavallo, si diresse
Muro
Lucano
Oppido
Palazzo
S. Gervasio;
Perceval provò a spostare una pedina bianca e immediatamente notò che
anche la nera si muoveva contro di lui; continuò il gioco finché non
fu messo per tre volte a scacco matto. Seccato, era sul punto di buttar via la
scacchiera quando apparve da una finestra del piano
superiore una damigella
molto bella che lo redarguì per il gesto villano che stava per compiere; ma il
cavaliere desistè dal porre in atto la sua villania, allorché la donzella gli
promise che sarebbe venuta giú. Difatti costei scese accompagnata da oltre
una dozzina di leggiadre fanciulle precedute da tre servitori in livrea
che accorsero a vestirlo di tutto punto e a servirlo con
grande gioia. Cosí Perceval trascorse quella notte in dolce compagnia nel castello incantato, lontano dai pericoli
della strada.
Orbene, la funzione dei castelli nell'età medievale, con tutti gli attributi di miti e di incantesimi che la letteratura epicocavalleresca ci ha tramandato, se da una parte era quella di rappresentare un attimo o momento di sicurezza per il rifugio che offriva ai viandanti—tra i tanti pericoli di violenza e di sopraffazione—dall'altra essa era anche il segno del mistero e del fascino per l'alone di leggenda che circondava alcuni di essi. Molti dei quali sorsero nell'epoca feudale, un po' dovunque in Europa e specie nell'Italia meridionale e peninsulare nel periodo normanno‑svevo, o come fortezze costiere o come torri di guardia sulle strade di
Ruvo
del Monte
San
Mauro Forte
Tricarico
importanza strategica oppure molti di essi furono concepiti e costruiti come casini o
residenze reali di caccia, come loca
solatiorum, diceva Federico
II, o luoghi di svaghi, ovviamente costruiti sulle alture, sia per seguire il movimento
delle truppe nemiche, sia per provvedere alla propria difesa in caso di bisogno.
La loro struttura architettonica se nell'epoca Normanna ha subito l'influsso dell'arte orientale, in quella Sveva, invece, essa
Uggiano
(Ferrandina)
Valsinni
Venosa
monotona dei castellani i quali
trascorrevano le giornate e le lunghe serate, specie d'inverno, giocando o a
scacchi, gli uomini, o ricamando, le donne.