Bantia   I n d i c  

 

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L'epigrafe delle terme della villa, in Banzi, del sacerdos Romanius, sita di fronte al templum auguralis in terris

1. Appunti sul sito archeologico di Banzi      2. Il periodo pre-romano e romano     3. La tabula bantina osca.pdf                  4. L'Abbazia bendettina di Santa Maria di Banzi     5. Fons Bandusiae di Q.Orazio Flacco            

1. Appunti sul sito archeologico di Banzi  (di Canio Franculli ) 

Banzi, località Montelupino, a duecento metri dal luogo (B) da dove sono venuti alla luce i nove cippi del "Templum auguraculum in terris" (unica testimonianza del mondo latino attestante l'esistenza di questo particolare tempio dedicato alle divinazioni) e distanti neanche cinquecento metri dalla piazza del paese vi sono 1000 mtq di mura e strade della Bantia romana riportati alla luce (I sec. a.C.-IV sec. d.C.)dagli scavi della Soprintendenza all'Archeologia di Basilicata verso gli anni '70.  

Nel sito non manca il "pluvium" nè il classico passaggio romano "pedonale" realizzato con pietre sovrapposte interrotte in due punti per far passare le ruote dei carri. Il terreno è in pianura. E' sufficiente  continuare  a scavare intorno affinché altre antiche strade e case si aggiungano alle poche già dissotterrate. Eppure son decenni che non se ne fa niente. Forse dipende dalla circostanza che il paese non è così vicino a Potenza come lo è invece, per esempio, Vaglio?

Non ci si meravigli troppo di questo tipo di riflessione. I sindaci e i politici in genere vanno e vengono e non tutti hanno  sensibilità ed interesse per questo genere di ricchezza. Molti sono, anche giustamente, occupati in altro e quindi non s'interessano a fondo e realmente presso le opportune istituzioni perché completino o continuino i lavori iniziati. 

Quelli che invece s'interessano proprio di questo e di nient'altro sono gli impegnatissimi sovrintendenti regionali all'archeologia. Ma le nostre strade sono così famose per le curve e le buche, che 50 km da Pz non sono pochi neanche per i sovrintendenti regionali all'archeologia che vengono da molto lontano (Milano, Roma) e lì vogliono giustamente ritornare e ai quali non mancano di certo le cose fa fare, anche stando fermi in ufficio o perché impegnati a Roma. E' comprensibile. Tutto in Basilicata diventa comprensibile: disagio, emarginazione e lentezza comprese.

Pertanto può succedere che, presi da impegni sollecitati da altri territori, gli archeologi preferiscano abbandonare un sito dopo averlo vincolato, tanto da là sotto niente scappa e, prima o poi, c'è sempre tempo per ritornarci. Caso mai dopo 50 anni. Come sta succedendo nel sito della Tabula Bantina Osca, del Templum agurale in terris, del "Fons Bandusiae", della necropoli protostorica dell'VIII sec. a.C., della villa ellenica del IV sec.a.C. e dell'impianto urbano romano datato dal I sec.a.C. al IV sec.d.C.. QUesto è il sito di Banzi. Agli inizi del 1930 gli scavi per l'edificazione dell'edificio elementare portano alla luce tombe preziose di arredi. Il tutto finisce al museo di Reggio Calabria. All'epoca non esisteva una indipendente Soprintendenza regionale solo lucana.

Passano gli anni, un pò più di 30. Siamo negli anni '60, si scava nell'ex campo sportivo per la costruzione di un asilo infantile e si scoprono 9 cippi costituenti l'unico templum augurale in terris di cui c'erano tracce nella letteratura latino-romana ma di cui non s'era mai scoperto nulla da nessuna parte del vasto mondo latino. Il templum viene scoperto a Banzi e portato al museo di Venosa. Tra la fine degli anni '60 e gli inizi dei '70 lavorano a Banzi un pò di archeologi. Scavano anche a Montelupino disseminato di strade e case romane dappertutto ma non ultimano gli scavi. Si limitano a scoprirne un pezzettino e a lasciare il resto sottoterra per dopo. Intanto avevano tanto altro da cercare e verificare: dalla villa ellenistica da riportare alla luce e studiare all'ara sacra di fontana dei monaci. Fine anni '80, inizi anni '90: il paese cresce, si è attrezzato urbanisticamente di un piano di sviluppo edile con individuazione di zone per l'artigianato e l'edilizia popolare. Qui i privati scvano, è zona anche questa adiacentissima al paese, ed emergono vecchie tombe. In tutte saranno catalogate in pochi anni in numero di settecento. La zona è Piano Carbone, la necropoli è protostorica.

Passano altri 20 anni. Alla vigilia del 2000 durante  la ristrutturazione del protocenobio lucano dei benedettini (prima documentazione certa 798 d.C.) di S.Maria di Banzi, emergono tracciati viari romani all'altezza delle fondamenta del periodo longobardo. naturalmente l'abbazia è ricca di pietre pre-romane e romane riutilizzate nella costruzione medioevale. Si rintracciano avanzi di colonne, lapide epigrafiche. Vien voglia , per mancato senso del tempo la cui logica si è persa negli appuntamenti sballati tra il mondo delle attese che dormicchia in paesini come Banzi e il mondo della scienza e della politica che dovrebbero svegliare gli addormentati perché questo è il loro mestiere: garantire programmazione di sviluppo, vien voglia di continuare a riportare i dati del sito tanto per essere almeno nella ripetitività ossessiva un pò certi, insomma per autoconvincersi che forse, per davvero, qualcosa c'è a 50 km da Potenza che vale la pena sapere una volta per sempre che cos'è, quant'è grande, quanto è valida, quanto beneficio può arrecare alla popolazione e a che prezzo. Allora, riprendiamo a sciorinare i dati minimi di riferimento: 1) più di settecento tombe del periodo preistorico tra l'VIII e il VI sec.a.C. scavate e riportate alla luce dalla Sovrintendenza in località Piano Carbone, oggi zona residenziale.

2) Tombe più ricche ed are religiose si riscontrano dal IV sec. a.C. in avanti. Il sito è ora quello su cui sorgerà l'abbazia benedettina nell'VIII sec.d.C., e zone immediatamente limitrofe.

3) Il popolo bantino viene indicato da Plinio ed altri quale uno degli undici popoli, prettamente osco-lucano, costituenti l'antica Gens lucana (oltre ai potentini, grumentini, atinati ect.). La notizia viene ripresa dal Raccioppi, Fortunato ed altri.

4) Ad una sorgente di Banzi Orazio Flacco ha dedicato l'ode "Fons Bandusiae". Un recentissimo saggio di uno dei massimi studiosi italiani di letteratura latina, e in particolare del Petrarca, prof. Francesco Feo dell'Università di Firenze, ha recentemente attribuito all'antico sito di Banzi e non a Tivoli, dove il poeta abitualmente viveva, la collocazione della sorgente ispiratrice della poesia dopo aver evidenziato  interessanti aspetti mitologici e storici risalenti all'originaria civiltà greca.

5) Anno 208 a.C. : i cronisti e gli storici dell'epoca riportano la notizia della morte del console romano Marcello in una battaglia combattuta contro Annibale inter Bantiamque Venusiam.

6) I sec.a.C., intorno all'epoca delle guerre sociali: è di questo periodo uno dei più antichi testi di giurisprudenza romana "scritto" sul bronzo in lingua osca con caratteri latini. Si tratta della Tabula Bantina Osca, che riporta lo statuto del municipium bantino e norme del diritto romano. E' una tavola opistografica, scritta su entrambi i lati. Il frammento più grande si trova al Museo nazionale di Napoli, un frammento più piccolo a Venosa.

7) II sec. d.C.: ad Atena lucana un'epigrafe riporta il nome del magistrato che ha in cura la repubblica degli Atinati e dei Bantini.

Che fare di tutto questo? Nell'attesa che un qualche archeologo si riinteressi di Banzi o un qualche politico indirizzi qualche progetto da queste parti intanto il tempo passa, tic tac, l'economia immobile del terziario fa scivolare il paese nell'indifferenza e nell'incuria dalle quali a fatica, solo perché bisogna pur sopravvivere, di tanto in tanto ci si riesce a riscattare e allora viene riparata una strada con le briciole degli importi pubblici obbligatori, vengono messe sù un pò di panchine in piazza o progettata una bella fontana per fotografarci le spose in agosto o, addirittura, si può anche riuscire ad ultimanre miracolosamente la ristrutturazione dell'antica abbazia. Che puntualmente rimarrà inutilizzata in attesa che il tempo ricompi il suo dovere. Aiuto! c'è qualcosa di storto da queste parti. 

 

 

2. Il periodo pre-romano e romano (di Canio Franculli ) 

 

In località Piano Carbone, che oggi costituisce parte integrante del paese essendo stata ultimamente interessata all’insediamento di edilizia popolare, dal 1968 al 1998 la Sovrintendenza all’Archeologia della Basilicata ha scavato e riportato alla luce circa settecento tombe, risalenti al periodo che va dall’ VIII al IV sec.a.C . Di queste ve ne sono alcune il cui corredo è pregiato e di tipo greco, appartenente a persone di rango sociale elevato. Oltre alle tombe si sono rinvenute tracce di capanne nonché di costruzioni con fondamenta. Per l’epoca alla quale risale la necropoli è dunque pre-romana: testimonianza del periodo in cui la popolazione indigena è fortemente caratterizzata da usi e costumi che sono propri della società osco-sannitica. In località Montelupino è stato rinvenuto un vasto insediamento abitativo romano, con strade e marciapiedi, e ad una distanza di pochissime centinaia di metri un templum auguraculum. I nove cippi infissi in terra del templum, con la scritta dei nomi delle divinità sulla sommità sporgente, erano collocati riportando sul terreno la traiettoria del sole con il cippo di Giove che indicava il suo sorgere, quello del sole indicante lo zenith, mentre ad indicare il tramonto e la notte c’era il cippo di Flus, dea delle profondità e dell’oscurità. Una necropoli come quella riportata alla luce non ha riscontro nei vicini territori e costituisce il dato principale di partenza per affermare che per secoli si è sempre avuto un insediamento urbano situato sullo stesso luogo o nelle sue immediate vicinanze. Infatti altre tombe antiche sono state in più occasioni riportate alla luce anche durante gli scavi di urbanizzazione che hanno interessato il centro del paese e le sue immediate vicinanze quali via D’Azeglio, via Poerio e via Garibaldi. Ma qui, a fianco a sporadiche tombe del periodo preistorico, i sepolcri datano dal IV sec. a.C. fino all’èra cristiana e avevano configurazione costruttiva più elaborata e ricchi arredi. Questa evoluzione socio-economica, segnata da una maggiore ricchezza, ha la sua causa nella presenza in zona degli eserciti romani impegnati nella conquista di queste terre.

E’ questa presenza che d’ora in avanti andrà a modificare gli usi e i costumi originariamente osco-sannitici della popolazione locale. Infatti prima della venuta romana l’antico popolo era organizzato e distribuito diversamente. Ma quanti abitanti aveva e quali erano gli altri siti abitati nella zona, che consistenza e che rapporti avevano tra di loro? L’attuale ricerca storico-archeologica dice poco o niente di esplicito a tale proposito. Continua a mancare una sistematica ricerca scientifica di approfondimento del sito archeologico. Le antiche e grandi pietre lavorate utilizzate in abbondanza nella fabbrica altomedioevale dell’abbazia benedettina rimandano ad edifici di notevoli proporzioni almeno del periodo romano. Ce ne sono di ben visibili nelle mura badiali ma soprattutto nelle cantine delle case adiacenti che, finora, sono state sostanzialmente ignorate dagli studiosi e dalle autorità competenti.Da dove sono state prese e quante altre ne conserva il sottosuolo sono domande che aspettano ancora una risposta.In questa cornice di antiche pietre, cocci e vasi decorati, un’antica battaglia venne combattuta in territorio di Banzi. Poteva essere una battaglia come un’altra ma non lo fu, semplicemente per il fortuito caso che vi morì un importante console romano. Successe molti secoli addietro in una delle radure poste tra le valli boscose che circondavano l’antica cittadina di Bantia, situata, oggi come ieri, sempre nello stesso sito a sei miglia in direzione Nord da Acheruntia, in quella zona specifica del Sud-Est dell'Italia continentale forse già identificabile nella Lucania o forse nell’Apulia ma che di certo faceva parte del più vasto territorio sannitico che comprendeva varie etnìe: sia gli apuli che i lucani, gli oschi (o osci) e gli stessi sanniti. Era la primavera dell’anno 208 a.C. quando, ancora una volta, si ritrovarono di fronte a combattersi l'esercitodi Annibale e quello romano.L’evento viene riportato da Livio Tito (59 a.C.-17 d.C.) autore di un’opera di 142 libri sulla storia diRoma: "Ad urbe condita".Annibale, generale cartaginese, era sceso in Italia a combattere i romani dieci anni prima, superandoprima i Pirenei e poi le Alpi con un esercito di 35.000 uomini e qualche decina di elefanti.

Nel 216 a.C. era a Canne, oggi Canne della Battaglia non molto lontana da Canosa (Ba), dove sconfissein una cruenta battaglia l’esercito romano. Per altri quattordici anni, fino a quando non ritornò in Africa nel 202 a.C., scorrazzò per le terre meridionali tra Molise, Campania, Lucania e Calabria, scontrandosi contro l’esercito romano e i suoi alleati.Della battaglia citata da Livio sappiamo che nei giorni precedenti i due eserciti si erano già scontratipresso Numistrone (1), identificabile con molta probabilità con l’attuale Muro Lucano, senza che nessuno dei due riuscisse a predominare sull’altro. Il combatimento ebbe fine col sopraggiungere della notte per essere poi ripreso all’alba.Ma quando giunse l’alba i romani non trovarono più alcuna traccia di Annibale e dei suoi uomini. Marcello, lasciato un presidio militare a difesa di Numistrone agli ordini di L.Furio Purpureone, decise

di inseguirlo. Lo raggiunse a Venosa (Ad Venusiam adeptus eum est) (2). fu precisamente tra Venosa e Banzi (inter Venusiam Bantiamque) (3) che i due eserciti, posti a tre miglia l’uno dall’altro, si combatterono. Durante la battaglia Marcello venne colpito a morte e il figlio, che portava il suo stesso nome, chiese ad Annibale il corpo del padre e ne tomulò la salmacon tutti gli onori militari e politici che gli erano dovuti.Tito Livio riporta anche un altro episodio verificatosi nel territorio limitrofo all’antica Bantia: la mortedi un altro console romano, Marco Valerio Corvo. Marco Valerio fu uno dei comandanti che combattè contro i lucani nel periodo delle guerre sannitiche. Morì mentre da Venosa stava raggiungendo Ferentum. Fu sepolto dai suoi soldati nel letto di un fiumele cui acque furono deviate per depositarvi il corpo. Secondo A.Racioppi, nel suo Dizionario del Regnodelle due Sicilie (edito a Napoli, 1853), si tratterebbe del corso d’acqua che oggi scorre in territorio di Palazzo S.Gervasio e che da quest’episodio ha preso il nome di Valero.

Tornando a Marcello, Marco Claudio Marcello, egli era nato intorno al 270 a.C. ed era stato più volteinsignito dal titolo di pro-console e console. Tre anni prima, nel 211 a.C., aveva espugnato la città diSiracusa, ribelle a Roma e difesa strenuamente anche grazie alle macchine belliche inventate da Archimede che nell’assalto a Siracusa venne ucciso dai soldati romani. Essendo stato un personaggio di primo piano nelle gesta politico-belliche dell’espansionismo romanodi quegli anni, del console Marcello, e della sua morte avvenuta ad opera di Annibale nella battagliacitata, ne parlerà anche Plutarco (46 d.C. – 127 d.C.) (4), filosofo e scrittore greco, che scrisse 227volumi, di cui 154 pervenuti a noi, dal titolo "Vite parallele". Si tratta di opere storico-biografiche nelle quali ad ogni biografia di un personaggio della storia romana l’autore ne affiancava un’altrariguardante un personaggio altrettanto importante della storia greca. Altro autore che cita Banzi è Plinio il Vecchio.Plinio il Vecchio (23 d.C. – 79 d.C.), zio di un altro storico, Plinio il Giovane, è l’autore di "Naturalis Historia", un’opera in 37 volumi paragonabile ad un’enciclopedia e nella quale si parla digeografia, storia, antropologia, cosmografia, della vita degli animali e del regno vegetale nonché della vita di molti artisti all’epoca conosciuti. Plinio indicherà il popolo bantino fra gli undici popoli che costituivano l’antica Lucania:

" Lucanorum Atinates, Bantini, Eburini, Grumentini, Valentini, Sontini, Sirini, Turgilani,Ursentini, Volcentani quibus Numestrani junguntur ".(5)

Si tratta dei popoli d’Atena, di Bantia, d’Eburi, di Grumento, di Potentia, di Sontia, dei Sirini, iTergilani, gli Ursentini, i Vulcentini e quelli di Numistrone. L’uomo, scienziato curioso e poliedrico, nell’anno 79 d.C., quando il Vesuvio eruttò, si trovava in marequale comandante di una flotta romana. Venuto a conoscenza dell’eruzione del vulcano volle andare ad osservare da vicino il terribileavvenimento e recatosi a Pompei qui vi morì sotto la pioggia di ceneri che distrusse la città. Seppure solitamente citata come appartenente alla Lucania, terza regione augustea, Bantia èsituata nella zona di confine con la vicina Daunia, in territorio pugliese, ed insieme a Venusia, a Ferento(6) e fors’anche alla stessa Acheruntia, sembra accusare, insieme a queste ultime città menzionate, di un’identità non fortemente lucana (7) perché senz’altro infuenzata dalle civitas dei popoli limitrofi, tra cui spicca la potente Canusia. Sempre in questa zona, naturalmente molto prima che venisse fondata Venusia nel 291 a.C., vi sono altri due piccoli centri: Ferentum (o Forentum), l'attuale Lavello, che senz’altro costituiva l’ultima propaggine, in direzione Sud, che subiva fortemente l’influenza canosina, mentre in direzione Ovest sorgeva Acheruntia.

Circa Forentum sembra attualmente accertato che questa città non debba più considerarsi quale l’antica Forenza anche se nella valle di San Martino, in territorio di Forenza, non mancano ruderi e testimonianze di un antico insediamento pre-romano. Acheruntia, che vanta la diocesi più antica della Basilicata risalente al V sec. d.C., sarà citata nella storia antica romana anche perché qui vi trovò rifugio il console Publio Valerio Levino dopo la sconfitta subita da Pirro nel 280 a.C. . Per la presenza di reperti databili già dal VI-V sec.a.C. in questi due centri, è attestata la presenza di indigeni in loco già da prima che i romani vi giungessero. A questo proposito altrettanto si può dire per altri siti quali Melfi e Venosa che vantano una presenza abitativa continuata a partire dal neolitico. E’ quindi certo che la stessa Venosa, la quale senz’altro è stata fondata con anfiteatro e terme quale presidio militare e politico romano nel 291 a.C., già pre-esistesse a quest’epoca, che è l’epoca lucana a forte impronta osco-sannitica. In quest’epoca, oltre la valle del Bradano, altri insediamenti urbani significativi sorsero tra i calanchi e le alture appenniche lucane, nonché lungo le coste ioniche e tirreniche. L’ esubero di popolazione della Grecia, gli ésodi dovuti alle guerre tra le città elleniche e lo sviluppo commerciale furono tra le cause che spinsero i greci ad approdare, tra l’VIII e il VII sec.a.C., sulle coste italiane del Sud fondandovi le città di Metaponto e di Siri-Eraclea (l’attuale Policoro) sullo Ionio e di Blanda (prossima a Maratea) sul Tirreno. All’interno, sulla sommità appenninica di Serra San Bernardo ad un’altezza di più di 800 mt. s.l.m., nell’attuale territorio comunale di Vaglio (anticamente Balio), sorgeva un’antica città (Altilia o forse Ursano) cinta da possenti mura fatte eregere nel IV sec.a.C. da Nummelos, potente personaggio a capo della comunità. Dalla sua considerevole altezza e per la particolare ubicazione geografica, la città aveva il pieno controllo della valle del Basento in direzione della Campania, nonché di tutte le terre che si spingevano da Cancellara, Oppido ed Acerenza nella valle del Basento.

L’antico insediamento indigeno data almeno dall’VIII sec.a.C., che è il secolo in cui la leggenda vuole che Roma venisse fondata (753 a.C.). L’abitato verrà completamente abbandonato nel III sec.a.C. . Su un’altura immediatamente vicina a questa città, in località Rossano, ricca di fonti, sorgeva il complesso sacro di quell’antica popolazione, dedicato alla divinità femminile delle acque: Mefitis. In direzione Sud-Est, inoltrandosi all’interno della Lucania, si trovano poi: Torretta di Pietragalla, Anzi (Anxia), Satriano e forse già Grumentum. Prossima alle coste ioniche abbiamo Matera (anticamente Mateola), Craco, Montescaglioso (l’antica Civitas Severiana) e Timmari. Ma anche Poseidonia (l’attuale Paestum) faceva parte dell’antico territorio lucano nonché Sala-Consilina, oggi in Campania: città che vantava una significativa produzione ceramica già a datare dal IX sec.a.C.; così come vi faceva parte l’odierna Sibari posta sullo Ionio ed oggi in provincia di Cosenza.

Prima dell'avvento dei romani le notizie sul territorio sul quale insiste il popolo lucano sono comunque molto scarse o del tutto inesistenti. E ancora più frammentarie e scarne sono le notizie riguardanti l’Alto Bradano soprattutto in quanto si trova in una zona di confine, tra Daunia e Sannio e, quindi, in una zona di influssi politico-culturali che s'intrecciano. Lo stesso Quinto Orazio Flacco (65 a.C. – 8 d.C.) poeta latino nato a Venosa, avvalla i dubbi sullacollocazione politico-geografica di alcune città di confine della Lucania, citando l’Apulia quale suaterra allevatrice (Altricis Apuliae) , e quindi il Vùlture, Acherontia, Ferento e i saltus Bantinos qualifacenti parte sempre della Puglia (8). Il poeta latino dedicherà a Banzi una poesia, "Fons Bandusiae" (9), nella quale celebra la freschezza delle acque di un’omonima sorgente. A questo omaggio poetico altro se ne aggiungerà nella traduzione di Rocco Scotellaro (10) il cui ultimo verso canta il dolore e lo struggente amore di tutti coloro che hanno avuto per sorte la lontananza da ciò che amano e che col ricordo, spezzando il silenzio, non solo vi si ricongiungono ma riescono anche finalmente a dichiararlo: (…) o bella fontana di Banzi spezza il cuore delle pietre la tua canzone lontana.

Autorevoli fonti storiche documentano, dunque, l’antichità di Banzi. Sono tutte fonti attribuibili ad autori del periodo romano i quali nel celebrare le gesta della grandezzadi Roma tracciano notizie sui territori conquistati. Tale circostanza porta alla considerazione che nell’avere come punto focale di riferimento le fonti storiche degli autori romani, e dei loro interpreti e studiosi che si sono avvicendati nel corso dei secoli fino ai nostri tempi, la letteratura oggi accusa un grande limite nella ricerca storico-archeologica: quello di considerare tutta la ricerca storico-archeologica in funzione di Roma. La grandezza della Civitas Romae ha di fatto grandemente offuscatol'indagine sulle altre civitas pre-esistenti ad essa e che meritano forse oggi un'attenzione maggiore diquella finora ricevuta. La meritano non perché i siti minori possano essere portatori di rivoluzionariescoperte che, affascinando l'immaginario collettivo dal quale nessuno è immune, potrebbero far presagire sensazionali scoperte e conseguenti glorie, ma perché la rilettura di reperti e documenti storico-archeologici di civiltà "minori", se svolta fuori dalla logica della romanizzazione, permetterebbe la conoscenza e il recupero di molte di quelle caratteristiche tipiche ed originali appartenenti alle culture indigene che l'espansionismo romano ha schiacciato e distrutto, com'è nella storia di tutti gliimperialismi coloniali, secondo un collaudato canovaccio di antropocentrismo culturale capace poi di rivendicare la distruzione di un popolo, con i suoi usi e costumi, come un processo di modernizzazione.

Una chiave di lettura diversa da quella della romanizzazione permetterebbe, tra l’altro, la nascita e losviluppo di una nuova coscienza d’identità di un popolo che, riscattandosi dall’antico servilismo alla cultura egemone, porterebbe con sè i germi di un nuovo uso del patrimonio storico territoriale quale fonte di sviluppo non solo di tipo culturale ma anche economico capace di irradiarsi dal locale contagiando ed espandendosi oltre. Ma allo stato attuale tutto ciò che è pre-romano continua ad essere poco conosciuto (11) e la ricerca storica continua a fare riferimento agli autori romani quasi tutti appartenenti al periodo a cavallo tra il I sec.a.C. e gli esordi della Roma imperiale che convenzionalmente inizia dal 31 a.C., anno in cui Ottaviano prese il potere sconfiggendo Antonio e nel 27 a.C. fu investito dall’ appellitivo onorifico di Augusto, dal latino augeo che significa accrescere e che, d’ora in avanti, sarà portato da tutti gli altri imperatori romani. Roma iniziò la sua campagna bellica di conquista della Magna Grecia nel periodo repubblicano. La prima tappa significativa di tale campagna fu la guerra contro Taranto, alla quale seguirono le guerre sannitiche, combattute contro le popolazioni del Sannio e, quindi, contro i Lucani. Nel suo cammino vincitore Roma portava e lasciava dietro di sè due grandi segni di civiltà: opere edili quali strade, anfiteatri ed acquedotti e l’ordinamento giuridico. E a presidio delle terre conquistate e in punti geograficamente strategici fondava ex-novo intere città. Così fece dopo la vittoria su Taranto fondando Luceria nel 314 a.C., Paestum nel 273 a.C., Maleventum (poi divenuta Beneventum) nel 268 a.C., Brundisium nel 243 a.C. e, dalle parti di Bantia, fondò nel 291 a.C., con ventimila coloni, Venusia, anch'essa per lo stesso scopo: difendere e presidiare quelle terre che andava conquistando nell'Italia meridionale combattendo contro i popoli indigeni che le abitavano.

La strada che partiva da Roma per inoltrarsi in quelle terre del Sud, che passeranno alla storia col nome di Magna Grecia, è la via Appia, cominciata a far costruire da Appio Claudio nel 312 a.C. . Nel nostro territorio essa ha sempre costituito il punto di riferimento per la delimitazione di confin terrieri. Passava dall’attuale territorio comunale di Palazzo S.G., s’inoltrava verso Spinazzola dove all’epoca esisteva una stazione Ad Pinum e proseguiva, passando dalle parti del castello di Monteserico, per Gravina verso il Sud. Giulio Cesare morì nel 44 a.C. e alla sua morte Ottaviano e Antonio si combatterono per ereditarne la successione fino alla data decisiva della battaglia di Azio. Le cariche pubbliche importanti dell’epoca repubblicana, seppure rappresentative dei vari ceti sociali, in realtà erano detenute dal ceto ricco dei patrizi. Questo determinerà turbolenze civiche che si tradurranno in due guerre sociali prima e poi determineranno la nascita di un nuovo periodo di gestione del potere: quello imperiale, che di fatto soppianterà la fatiscente e corrotta repubblica. Nell’ambito di questo ampio quadro generale avranno luogo importanti avvenimenti epocali in un miscuglio di intrecci e di rimandi tra storia locale e storia mondiale.

Il testo bilingue della Tabula Bantina Osca, la costituzione a Bantia di un municipium romano nonché i riti religiosi di cui soprattutto i reperti del templum auguraculum ne sono testimonianza, sono pezzi di storia locale dominati da quella romana ma contenenti anche tracce indigene riconducibili a periodi anteriori alla Civitas romana. Pertanto per sapere cosa ci faceva una magistratura con cariche di tipo romano in un villaggio come Bantia e spiegarsi cos’è quella lastra di bronzo sulla quale è riportato un testo scritto in lingua latina da un lato e in lingua osca dall’altro, necessariamente bisogna avere nozioni sugli Osci e sui Lucani, ma anche sui popoli limitrofi e lontani che si combattevano e sulle loro vicende fatte di vittorie e sconfitte.

L’approccio sistemico si rende necessario in quanto la storia locale è sempre e soltanto una delle tessere di cui è composto l’ intero mosaico: va vista un pò da lontana altrimenti non riesce a dare il senso del disegno intero, rimanendo un pezzettino di folcloristico colore locale senza alcun logico e compiuto significato. Ma nella visione d’insieme della scacchiera, gli avvenimenti locali si possono leggere non soltanto in quanto effetti corollari e secondari di avvenimenti più grandi che li condizionano ma anche come, essi stessi, causa di ulteriori ed imprevedibili o possibili sviluppi. Un esempio è dato dalla famosa battaglia di Canne, cittadina che mai sarebbe passata alla storia se nel suo territorio non ci fosse stata la battaglia tra Annibale e Roma con quell’enorme sconfitta che Roma subì. Si suppone che gli eserciti contavano intorno ai 40.000 soldati quello di Annibale e intorno ai 50.000 quello romano. Annibale schierò in avanti la fanteria e ai due lati la cavalleria. Quando i romani avanzarono, incuneandosi nello schieramento nemico, con un’azione a tenaglia i cartaginesi li chiusero ai lati. Morirono più di ventimila romani mentre diecimila furono fatti prigionieri. Sul luogo rimase un sepolcreto di 23.000 mtq., con scheletri riposti fino a sei strati l’uno sull’altro. Ulteriore motivo di riflessione che ci viene offerto dall’episodio di Canne è dato dalle conseguenze della battaglia che se avessero spinto il vittorioso Annibale verso Roma, al punto da raggiungerla e con moltissima probabilità distruggerla, avrebbero potuto cambiare il corso della storia moderna fino a farci supporre che ciò che oggi chiamiamo la civiltà occidentale, o un’altra che non possiamo conoscere, si sarebbe potuta sviluppare intorno e a partire dalla città di Cartagine e percorrere i secoli avendo l’Africa e non l’Europa come suo baricentro.

Ma la storia è solo quella che è stata e non un’altra, e per conoscere questa storia, presumibilmente reale, occorre far riferimento agli autori che ne hanno concretamente parlato tenendo opportunamente presente, però, la caccia all’errore perché gli studiosi che nel corso dei secoli hanno tradotto o commentato le opere spesso sono incorsi in errori di copiatura e trascrizione i quali, alterando i nomi (e non solo), hanno determinato come conseguenza anche la modifica del senso delle frasi con una collocazione fuori posto di luoghi ed avvenimenti. A sostegno di tale circostanza si riporta l’esempio della Tabula Bantina Osca che, scoperta nel XVIII sec. in territorio di Oppido, fu indicata per molto tempo come appartenente alla storia di questa città e solo dopo la si attribuì al municipium romano di Banzi. Altro esempio è dato dalla collocazione di Forentum individuata nel sito di Lavello solo da poco tempo ma precedentemente sempre riportata, come ne è esempio la letteratura lasciataci dai viaggiatori europei che visitarono la Basilicata nel 1700 e nel 1800, a valle di Forenza. La Lucania è stata protagonista negli ultimi decenni (senz’altro per merito dell’istituzione della Soprintendenza all’Archeologia avvenuta solo nel 1964) di un’attenzione ufficiale realizzatasi con campagne di scavo che hanno portato alla luce significative testimonianze indigene che, per la loro importanza, difficilmente si prestano ad essere lette solo in chiave romana.Una possibile ipotesi di organizzazione politico-sociale delle popolazioni lucane, prima del periodo romano, configura un insieme di picoli villaggi o tribù comprendenti le popolazioni sparse sul territorio le quali stavano insieme in raggruppamenti chiamati vici o paghi, i quali erano confederati tra di loro e costituivano un distretto che politicamente faceva capo ad un villagio principale. Per quanto riguarda il popolo bantino, a Bantia dovevano far riferimento senz’altro il vicino pago di Fèstula, in territorio di Genzano, più altri della zona (12) tra i quali sembra sicuro Opinum (l’attuale Oppido, già Palmira), all’epoca sito sulla sommità del Montrone, ed altri ancora in territorio di Forenza e di Palazzo S.G. .

Nello statuto municipale di Bantia, riportato nel testo osco della Tabula Bantina, tra le cariche della magistratura locale troviamo, infatti, i tribuni della plebe che altro non sono se non i rappresentanti delletribù. Il titolo e la funzione hanno origine romana. Naturalmente i vari centri della federazione erano collegati da un sistema viario, seppure trattavasi di tratturi. Nel territorio della federazione del popolo bantino, e in particolare passando da Opinum, è molto probabile l’esistenza di un collegamento tra Bantia e il santuario di Mefitis di Rossano di Vaglio (13), entrambi importanti: il primo perché a capo di una federazione, il secondo quale grosso centro religioso osco-lucano. A. Bottini in merito ai collegamenti viari della zona cita Buck sostenendone la tesi che ipotizzava "(…) già in epoca pre-romana l’esistenza di un tracciato viario stabile e definito, volto a collegare Bantia con Oppido e Moltone di Tolve da un lato, e dall’altro, con l’itinerario Venosa-Gravina, destinato a divenire in seguito un tratto della via Appia" (14) Bantia doveva, quindi, essere all’epoca sia abbastanza popolosa che progredita a livello socio-economico se era a capo di una federazione. Non a caso, infatti, si afferma:

  1. che testimonianze quali, per esempio, quella di "un sigillo in pasta vitrea, di produzione orientale, con il profilo di un uccello acquatico, usato come elemento centrale di una collana in vaghi d’ambra, ed una serie di anelli in sottile filo d’oro (...) attesta l’alto livello di sviluppo di questo gruppo indigeno ancora nel VII sec.a.C." (15)
  2. e che nell’ambito di uno scenario caratterizzato da uno spopolamento del territorio per l’avvento

dei romani " al momento della seconda guerra punica, Bantia è uno dei pochi centri della Lucania menzionati e presi come punto di riferimento per la narrazione storica, in un generale e significativo silenzio circa la presenza di insediamentri urbani" .(16) A partite dal V- IV sec.a.C. le campagne belliche dei romani necessariamente portano con sè lo sviluppo di un’economia locale legata alle necessitè di approviggionamento (dalle armi ai vettovagliamenti) che le guerre comportano. Tale sviluppo darà vita sia a floride attività commerciali che a figure sociali più ricche quali i mercanti e i guerrieri. Darà vita anche allo spopolamento del territorio la cui popolazione locale che, secondo Livio, viveva vicatim (cioè per piccoli nuclei abitativi separati tra di loro che per questo facevano capo ad un villaggio più grande), si accentrerà soprattutto nella Venusia romana oltre, naturalmente, a confluire negli eserciti dell’una o dell’altra parte. Bantia però non scompare, è troppo grande per scomparire, anche se nel Trecento a.C. subirà un notevole calo demografico in coincidenza con lo spostamento del proprio sito originario da Piano Carbone alla vicina acropoli, coincidente oggi col centro del paese. Dell’evoluzione della civitas bantina ne sarà testimonianza la differenza di arredi tombali e reperti archeologici di questo periodo tra i quali, per importanza, sono da annoverarsi le ricche tombe a sarcofago rinvenute negli anni ’30. Gli scavi porteranno alla luce sia la precedente civitas che i segni della sua trasformazione dovuta anche ad un processo di auto-romanizzazione della popolazione locale che, dopo aver perso il suo prestigio e la sua antica autorevolezza, è ora condizionata dalla vicina e potente Venusia che è stata, secondo diversi autori tra i quali Adamesteaunu e M.Torelli, la più grande colonia romana del Centro-Sud. Una popolazione numericamente più contenuta ma anche più ricca sembra ora abitare nel nuovo sito. Purtroppo, però, il sito dell’attuale centro non è mai stato sufficientemente esplorato. L’attenzione che ha goduto è stata sporadica e fugace. L’unica zona esaurientemente studiata a Banzi è stata quella di Piano Carbone, ricca di significative testimonianze preistoriche ma, anche, sostanzialmente più povera rispetto alla ricchezza che sembra contenere il sottosuolo del centro. Gli importanti e ricchi ritrovamenti degli anni ’30 vengono ufficialmente citati come "fortunati" (ad indicare che sono stati casuali), e nessuna sistematica campagna di scavo è stata mai promossa per il sito romano nè in occasione del rifacimento della pavimentazione del corso, nella prima metà degli anni novanta, nè durante gli attuali lavori di fine millenio che interessano quasi tutta l’area badiale. 

 

3. LA  TABULA  BANTINA  OSCA

 

 

 

 

4. L'Abbazia bendettina di Santa Maria di Banzi: a.D. 798-1806 (di Canio Franculli ) 

 

Nell’arco di tempo che separa i reperti dell’epoca romana repubblicana ed imperiale dal primo documento dell’anno 798 riguardante l’Abbazia, della storia di Banzi non vi è quasi più alcuna traccia. Le ultime notizie risalgono ai tempi di "Stefano Bizantino scrittore, che secondo la più probabile opinione fiorì sotto l’impero di Anastasio, cioè tra il fine del V e principio del VI secolo fa di Banzi espressa menzione. Il traduttore di lui scrisse: <Bantia urbo Italiae:Gentile Bantiatiae ecc.Bantiani>.

E ben da ciò ravvisiamo che quando i barbari in Italia calati, tutto guastarono ancor la lingua corrompesero e da Bantia fu detta Banza e perché di frequente il B fu scambiato nell’affine V, la città fu quindi innanzi detta ora Banze e Banzi, or Bancia e finalmente Vanzi sempre però a designar l’aggregato di quei cittadini. (...) A conferma di questa verità stanno le verità di uomini gravissimi; di Luca Holsteino, di Cristoforo Cellaris, di Branzea, La Martiniere, di Lubin, di Alfonso Laser e di infiniti altri". (1) Nel periodo durante il quale si è costruita l’Abbazia sembra certo che vennero utilizzate tutte le pietre buone che stavano sul posto e che, nel caso specifico, risalivano alle costruzioni e ai manufatti del periodo romano. Nei rimanenti due o tre secoli che portano all’ottavo è probabile che l’antica civitas di Banzi si sia estinta o notevolmente ridotta a causa di presumibili disgrazie calamitose quali terremoti o pestilenze, o in conseguenza di invasioni di tipo bellico. Notizie storiche sicure intorno al IX sec. riguardano le incursioni devastatrici dei saraceni. Ed è ad essi che qualche autore, tra i quali A.Racioppi, attribuisce la distruzione di Bantia indicando anche l’anno: il 904. Sulla presenza dei saraceni in zona non vi sono storicamente dubbi, ma è improbabile che Bantia sia stata realmente distrutta nel 904.  A quest’epoca, infatti, già esisteva da più di un secolo il monastero benedettino di Santa Maria il quale, essendo di proprietà ecclesiastica, veniva necessariamente e sufficientemente protetto dai nobili longobardi dell’epoca. E’ dunque molto verosimile che per godere della dovuta protezione riservata al cenobio, la popolazione originaria indigena abitasse o dentro le mura benedettine o immediatamente a loro ridosso. Se così fosse non doveva essere una popolazione numericamente significativa perché il complesso badiale di questo periodo non è grande. Sarà solo nel IVX sec. che si amplierà.

E’ comunque possibile ipotizzare anche un altro scenario che comprende l’esistenza di un paese. I saraceni durante le loro incursioni saccheggiavano e distruggevano con ferocia. Si vuole che i superstiti alla strage e alla distruzione riguardante Bantia trovassero naturale rifugio nella vasta foresta che circondava il villaggio e precisamente a Cervarezza, dove sembra che già esistesse una chiesetta in onore di San Gervasio. Ed è a questo primo nucleo abitativo che si attribuisce la probabile nascita di Palazzo San Gervasio. Se, dunque, i superstiti hanno dato vita ad una nuova comunità è presumibile che dovevano essere in non meno di diverse decine di unità. E se questo era il numero dei superstiti, da esso si può ragionevolmente risalire ad un numero di persone trucidate che doveva ammontare a parecchie centinaia. A causa della ridotta capienza del monastero nel IX-X sec., diventa allora plausibile che ci fosse un abitato che all’epoca lo circondava. Eppure anche questa ipotesi sembra che non regga. Perché oltre al paese sarebbe stata distrutta, o almeno saccheggiata, anche l’Abbazia, ma il Pannelli nella sua opera non fa alcun cenno a questa circostanza e se non ne parla è perché, erudito qual’era, di certo non aveva trovato alcun riferimento storico in proposito. Il silenzio del Pannelli non autorizza, comunque, a scartare l’ipotesi sull’esistenza di un villaggio popoloso. Indipendentemente dalla veridicità o meno del saccheggio devastatore dei saraceni può essersi comunque verificato che nel corso dei secoli siano sempre rimasti in zona dei nuclei abitativi più o meno grandi. Ma una cosa è certa: ed è che in questi secoli non c’è più stata nessuna nuova Roma che abbia attraversato queste terre con i suoi eserciti e i suoi scrittori. La storia ufficiale ritornerà sul luogo solo nell’VIII secolo, quando sull’antico sito viene costruito un monastero benedettino: certamente il più antico di cui si ha notizia in Basilicata. Ma perché per l’edificazione del cenobio fu scelto proprio Banzi e precisamente lo stesso, identico e preciso sito sul quale insisteva l’acropoli pre-romana? Il sito dell’edificazione badiale è distante solo poche centinaia di metri sia dai resti di strade e di abitazioni del periodo romano in zona Montelupino, che altrettanto poche centinaia di metri dal santuario indigeno di Fontana dei Monaci. E’ forse dunque ipotizzabile che proprio nelle sue immediate vicinanze, se non addirittura sul posto, oltre a trovarsi ancora insediato un nucleo abitativo indigeno capace di costituire forza-lavoro per l’erigendo edificio ecclesiastico, ci dovevano essere anche i resti di significativi manufatti antichi dai quali attingere parte del materiale occorrente alla fabbrica.

Comunque sia, costruita l’Abbazia, inizia una nuova storia per Banzi, una storia che abbraccerà un arco di tempo che va dall’epoca remota dell’Alto Medioevo alla vigilia dell’èra moderna, fino al 1806, anno in cui venne emanata la legge eversiva sul feudalesimo che pose fine all’eperienza non solo religiosa ma anche politica e sociale che gravitò per un millenio intorno al monastero. Interessata a continue invasioni che si succedettero dopo la fine dell’impero romano quando, dal 476 in poi (2), il centro del potere si spostò da Roma a Bisanzio, durante il Medioevo l’Italia fu occupata e governata da molti regni barbaro-romanici che dettero vita all’affermarsi e al consolidarsi del mondo feudale.Lo spostamento a Bisanzio dell’Impero comportò uno stato di subordinazione della Chiesa romana che nell’ambito degli assetti politico-militari dell’epoca, dominati dal paradigma dell’invasione e dell’azione bellica di conquista, aveva il bisogno di stabilire alleanze con chi, con la forza dei propri eserciti, poteva difenderla. L’evolversi di questo scenario fatto di invasioni ed alleanze porterà nell’VIII secolo alla nascita dello Stato Pontificio (3) e avrà per conseguenza l’affermazione di una Chiesa sempre più attenta e presente nell’esercizio del potere temporale in una commistione di interessi tra affari di Stato e religiosità che caratterizzerà tutto il Medioevo spingendosi, nel corso del tempo, fino agli albòri degli Stati moderni. Sempre in questo secolo, nell’anno 798, un nobile feudatario investito dal titolo di Principe di Benevento, Salerno, Acerenza e di "altre signorie nelle parti di Puglia" dal nome di Grimoaldo III, dona all’Abbazia di Montecassino il monastero benedettino di S.Maria di Banzi.(4)

Le vicende di grande respiro spirituale consegnate alla storia della cristianità dal monachesimo furono anche il frutto e la conseguenza di un’aspirazione alla povertà evangelica in un mondo spesso governato dalla Chiesa di Roma con troppe attenzioni riposte nel potere temporale. Gli ordini monastici si diffusero in tutta l’Europa svolgendo un ruolo importante a livello di diffusione del cristianesimo ma anche a livello di controllo e di gestione politica del territorio da parte della Chiesa. Nella linea dei buoni rapporti tra papato ed impero risulta perciò sufficientemente logico che un feudatario longobardo di stirpe carolingia, qual’è Grimoaldo III, doni alla Chiesa un monastero benedettino, quale quello di Banzi, che senz’altro insiste sul suo territorio feudale. E col monastero doni, naturalmente, tutti i possedimenti che fanno capo al monastero stesso e che, donandoli a Cassino, non li dona in realtà ad altri se non alla Chiesa romana e al suo Papa. L’atto di donazione costituisce il primo documento storico che si ha sull’Abbazia di Banzi. Non si sa quando è stata effettivamente costruita nè si sa alcuna altra cosa ben documentabile degli otto secoli precedenti che separano l’evento dell’Abbazia dalla datazione della Tabula Bantina Osca e del templum augurale. Si può solo ragionevolmente supporre che la specifica collocazione geografica del sito bantino abbia avuto un ruolo non secondario ai fini dell’insediamento monastico, garantendo in questa zona una presenza forte e visibile della Chiesa romana. La donazione viene in più occasioni confermata nel corso dei secoli sia dai feudatari che dai Pontefici: da Hugone e Lotario nel 943, a Papa Clemente III nel 1188, a Papa Clemente IV nel 1268 (5) ed altri. Nel 1088 siede al trono pontificio Papa Urbano II. Sarà questo Papa (che l’anno dopo, di ritorno da Montecassino, consacrerà la chiesa di Banzi) che porrà il monastero, che continua però sempre a rimanere formalmente una proprietà di Montecassino, sotto la protezione diretta della Santa Sede togliendone la potestà ecclesiastica all’antica diocesi di Acerenza.

Il monastero bantino, dunque, a partire dal 1088 si svincola dall’autorità diocesana locale. L’organo ecclesiastico gerarchicamente superiore sarà, d’ora in avanti, soltanto la Santa Sede. All’arcivescovo acheruntino rimarrà la sola potestà della chiesa di proprietà del monastero, ma sita ad Acerenza, di S.Anstasia (6). Le proprietà dell’Abbazia di Banzi sono notevoli. "Tra il ‘300 e il ‘400 appare come il monastero più ricco della Basilicata" (7) . Possiede più di settanta  chiese e possedimenti terrieri siti sia nel comprensorio bradanico che molto oltre. Ha possedimenti in più parti della Basilicata, in Puglia e in Calabria. E appartengono tutti alla Santa Sede.Per questo ce li ha. Per questo gliene fanno dono i feudatari del posto nel corso dei secoli, qual’è il caso di Riccardo Sinescalco che nel 1095 dona due chiese di Castellaneta,"...e di più gli concedette la facoltà di pescare colla barca nel mare, nel fiume Bradano, ed in certi laghi" (8) mentre la moglie Altrude 5  anni dopo ne dona un uliveto; o di Goffredo, nel 1101, conte di Lecce e Ostuni, che dona ai benedettini di Banzi il monastero di S.Andrea di Lecce più due chiese (9) .Donando a Banzi, direttamente posta alle dipendenze della Santa Sede, donano in realtà direttamente al Papa.

Ben presto il monastero benedettino di Banzi, dedicato alla Santa Vergine Maria, diventa ricchissimo. E fu forse a causa di circostanze legate all’importanza religiosa ed economica che il monastero andava acquisendo nel corso del tempo se nel territorio di Banzi non si assistette all’insediamento di un altro classico presidio e simbolo feudale: il castello. Il Pannelli riferisce di un castello Bandusia o Bandusio , che "par che fosse nelle vicinanze di Bantia" (10), e nella tradizione orale di Banzi viene ancora oggi riportata la memoria di un castello situato sulla sommità dell’attuale sito detto "in capo alle coste", ricco, d’altronde, di resti che si prestano ad avvalorare la presenza di qualche antico immobile. Una prova indiretta sull’esistenza del castello potrebbe essere collegata alla notizia ricavabile dalle "Regesta Normandorum" e in particolare dal Catalogo dei Baroni di Napoli e le spedizioni in terra Santa al tempo di Guglielmo II Normanno? La notizia, riportata tra l’altro da Carmine Fimiami (o Finiani) sull’origine dei Baroni e dei suffeudi nel libro "Regni Apuliae" (pag.80, n.87), parla di sette "militi" che partirono per le crociate dal feudo di Banzi che, all’epoca, faceva parte della contea di Andria. Il signore del feudo era naturalmente l’abate badiale. Il Fimiami così scrive: "Abbas Banciae, sicut dixit Guillelmus Rapollensis, tenet Banciam de codem Comitatu, quod est Feudum III. Militum; et cum augmento obtulit milites VII". L’aumento fu richiesto a tutti i feudi per il maggiore fabbisogno di soldati legato alle crociate. Comunque sia l’Abbazia di Banzi aveva tenimenti molto estesi e si poteva permettere di inviare sette milites, cioè cavalieri con cavallo, accompagnati da scudieri, anch’essi a cavallo, ed armigeri a piedi. Non è improbabile che qualcuno di questi cavalieri avesse potuto avere un castello, o un casale, o grancia, fortificato. Le notizie su un possibile castello non vanno comunque oltre improbabili ipotesi. Se realmente è esistito deve aver avuto una storia effimera. La politica della classe feudale del luogo deve aver indotto il feudatario che l’abitava, o che l’aveva fatto semplicemente erigere facendovi abitare cavalieri suoi vassalli, ad una scelta a favore della Chiesa e dei suoi possedimenti che, in loco, avevano come riferimento il monastero benedettino e, di conseguenza, i signori dell’epoca optarono di non intralciare, con loro residenze, l’ordine monastico. Ma i nobili feudatari, avidi di terre e di ricchezze, anche se fisicamente lontani da Banzi erano sempre in lotta tra di loro e con la Chiesa e spesso non si fanno scrupoli ad estendere il proprio dominio e il proprio potere con gesta contrassegnate anche da scorribande ed atti di prepotenza ed usurpazione.

Su tali atti veglia fortemente la Chiesa sempre attenta nell’osteggiare la crescita del potere feudale il quale, proprio a causa della sua forza, si spingeva fin nel campo spirituale arrivando ad influenzare anche il controllo delle cariche ecclesiastiche. In più occasioni perciò, nel corso del tempo, i Papi intervengono affinché i feudatari interessati rispettino le proprietà della Chiesa. Per l’affermazione della cristianità occorreva essere vegli e presenti ma anche importanti, cioè ricchi. A questa storia più generale non si sottrae l’Abbazia benedettina di Banzi. E’ del 1062 o degli inizi del ‘63 la lettera di Papa Alessandro II all’arcivescovo di Acerenza nella quale lo invita a convocare i feudatari normanni che, oltre ad aver saccheggiato svariate terre di proprietà badiale, hanno addirittura assalito la stessa Abbazia. E chiede che per l’occasione sia presente Roberto il Guiscardo (11) . Ed è’ del 1090 una lettera di Papa Urbano II ai figli di Roberto il Guiscardo, Ruggero e Boemondo, ordinando loro di rispettare i beni badiali di Banzi (12). E’ dell’8 dicembre del 1310 l’incarico di Papa Leone all’abate di Banzi di dirimere la contoversia tra il Vescovo di Monopoli e i monaci di S.Maria dello Juso di Montepeloso il cui priorato appartiene all’Abbazia della Chase-Dieu Clermont in Francia. (13)

Il comportamento usurpatore delle classi dominanti dell’epoca non traeva, comunque, la sua primaria origine da una questione di degrado morale ma dal perpetuarsi di un modus vivendi che aveva come riferimento di sviluppo socio-economico di un popolo la guerra di conquista e di espansione colonialistica degli altrui territori. Questo era il paradigma dominante dell’epoca posto alla base del sistema piramidale feudale, quale modello generale di riferimento dal quale traevano origine i comportamenti belligeranti, le alleanze e i valori stessi della vita. Non è un modello nuovo, caratteristico dell’epoca feudale. E’ stato senz’altro il modello romano per eccellenza. E non si pensa di esagerare se la sua fine, almeno come paradigma socio-culturale ed economico, sia avvenuta soltanto nella seconda metà del secolo in corso. Nel contesto delle turbolenze belligeranti e predatorie dell’epoca i monasteri costituirono pietra basilare di argine al fenomeno e con i loro modelli di vita ispirata ai valori evangelici un sicuro e forte impulso di civiltà. Nell’XI secolo il sistema sociale feudale sembra essersi consolidato: da una parte c’erano i nobili che esercitando le armi occupavano posizioni di comando, dall’altra c’era chi ubbidiva: il popolo. La proprietà feudale veniva trasmessa di padre in figlio al primogenito. Agli altri figli non restava altro che la carriera ecclesiastica o quella militare. Nel clero i vescovi, gli abati e i cardinali confluirono nel sistema nobiliare, mentre i semplici frati e sacerdoti si accomunarono al destino popolare dell’ubbidienza. I monasteri con le loro terre e possedimenti venivano dati "in dote" dalla Santa Sede ad alti prelati, alcuni dei quali non avranno mai l’occasione di visitarli. A Banzi, se si esclude Papa Urbano II, nessun alto prelato romano vi porrà mai piedi. Le dìspute e le controversie, di qualsiasi natura esse siano, vengono risolte affidandone il mandato ai Vescovi locali.

Il 7 aprile del 1225 Papa Onorio III scrive ai Vescovi di Melfi e Ruvo. Chiede il loro intervento perché pongano fine alla mondantà e alla sregolatezza alla quale sembrano essersi abbandonati i benedettini del monastero bantino. (14) Qualche anno prima, nel 1216, era morto Papa Innocenzo III che per due decenni era riuscito a governare l’Euopa assegnando una netta supremazia al potere temporale della Chiesa rispetto a quelli dei vari monarchi.

Fu forse questo marcato esercizio degli interessi temporali che segnò la decadenza della morigeratezza e della Regola in molti monasteri nonché un risveglio spirituale che si manifestò a livello sociale con i movimenti storici più conosciuti degli umiliati, i patarini, i catari e i valdesi che predicavano il ritorno alla semplicità e alla povertà evangelica e che trovarono piena forma soprattutto negli Ordini mendicanti di San Francesco d’Assisi (1182-1226) e di San Domenico di Guzmàn (1170-1221). Molti uomini di questi movimenti subirono le persecuzioni dell’Inquisizione.Le stesse crociate, che durarono due secoli e che si possono considerare un unico, lungo pellegrinaggio in Terra Santa, furono un fatto non soltanto religioso ma anche e soprattutto economico e politico.Il monastero di Banzi appartiene a questa storia; è quindi probabile che è dai suoi possedimenti, e non già da Banzi in quanto villaggio o sede di un possibile castello, bensì da Banzi quale sede ecclesiastica, che partono sette cavalieri per le crociate. Comunque sia, nelle vicende degli Ordini cavallereschi si ritrova Banzi in riferimento all’Ordine dei Templari. (15) In questa cornice più ampia che contiene i fatti locali è da collocare anche la vicenda della sregolatezza e della mondanità alle quali si sono dati i benedettini dell’abbazia. Poc’anzi è stato accennato alla lettera di Papa Onorio III che venutone infine a conoscenza scrive, il 7 aprile del 1225, ai Vescovi di Melfi e Ruvo perché intervengano su quella che non è più una "casa di preghiera, ma spelonca di ladroni e luogo di vizio e di peccato" (16). Un anno dopo il Papa riscrive ai Vescovi perché concludano l’inchiesta ed ordina loro di cacciare dal convento, con le buone o con le cattive, i frati ribelli e di sostituirli. Nella lettera, tradotta da G.Fortunato è scritto che "E’ tempo che i l Monastero di Banzi riceva cura adatta allo stato miserrimo in cui è piombato. Già una volta, sia per il decadimento di esso così nella parte spirituale come nella temporale, sia per le molte nefandezze di cui erano generalmente accusati quei monaci, Noi demmo a voi, o fratelli vescovi, il mandato di speciale ispezione. E voi, come risulta dal contenuto delle vostre lettere a Noi spedite, ritrovaste, in seguito a testimonianze e a confessioni di molti monaci, cose anche più orribili di quelle a noi dette; e, affinché le pecore più infette né più curabili non danneggiassero più oltre il gregge, voi ordinaste la espulsione dei maggiori colpevoli, e riformaste quel che era da riformare, secondo la regola di San Benedetto, promulgando sentenza di scomunica contro i disubbidienti. Ma non appena voi lontani, coloro che erano rimasti, e che pure avevano con giuramento accettato all’unanimità l’opera vostra, corrotti dal fermento dell’antica malizia, e tornando al vomito come cani, colta la occasione dell’assenza dell’abate, fatta conspirazione con i monaci scacciati, a questi apersero le porte del monistero, questi riaccolsero con giubilo, ricoverandoli nella torre, e quivi sempre fornendoli di armi e di vitto. Invano l’abate prima li esortò, poi ingiunse loro di smettere dall’iniquo procedere, che anzi, più fortemente vi si attaccarono, come le squame scambievolmente si tengono unite e divenuti figli del Dolore, non più memori del proprio Dio, fecero con essi apertamente causa comune, vivendo in istato di ribellione. Fu quindi umilmente a Noi chiesto l’ordine di cacciarneli via con la forza, sostituendovi monaci più degni e più meritevoli. Noi, nella speranza che ancora una volta letamando un albero infruttuoso, voglia questo dar fiori nella buona stagione, esortiamo voi a perseverare nella via da voi scelta, affinché gli uni abbandonino il monistero, gli altri faccian atto di sottomissiorie; ché solo se questi mostreranno incorregibili, voi, come l’inutile albero di fico sia svelto dalla terra, e piantata la nuova vigna presso la vecchia, voi comanderete perché siano dispersi e chiamati in loro vece religiosi dello stesso Ordine, capaci di rimettere in nore il culto delle cose sacre. E a questo intento, voi reprimerete i contradditori per mezzo della censura ecclesiastica, posponendo l’appello e invocherete, occorrendo, il baccio secolare, nella intesa, che Noi intendiamo rivolgerci, in tal caso, al diletto figlio e nobile uomo Enrico da Morra, giustiziere imperiale, sicuri che egli vi presterà tutto il suo aiuto." (17)

Ma non succede niente. I cosiddetti disordini continueranno ancora per circa trent’ anni. E’ infatti del 25 luglio del 1252 l’intervento di un altro Papa, Innocenzo IV, sempre in merito al malcostume del monastero bantino perché " i disordini erano maggiori di quel che si fosse rappresentato. L’aver bandito da quel luogo sacro i monaci più rei e più malvagi non bastò a togliere il cattivo fermento che purtroppo rimase tra loro. Il solo abate nelle depravazioni de’ suoi figliuoli aveva conservato in sé stesso lo zelo delle religiose osservanze. Essendo lontano l’abate, questi malvagi monaci novellamente si congiunsero a’ discacciati fratelli e nel monastero li ricevettero. Anzi, essendosi questi ricoverati con armi nella torre del medesimo, non mancarono gli altri monaci di somministrar loro quanto era necessario all’uso della vita." (18) La durata pluridecennale del malcostume è circostanza tale da collocare la vicenda fuori dalle normali circostanze di disubbidienza ed insubordinazione gerarchiche. Si tratta di qualcos’altro. E’ infatti più verosimile ipotizzare che anche a Banzi in quest’epoca, un po’ com’era diffusa altrove, era in atto una pratica religiosa eretica e come in tutte le eresie anche in questa la difformità dalle regole canoniche permetteva condotte, anche naturalmente sessuali, che la Chiesa condannava. L’argomento merita un approfondimento che purtroppo non è possibile in questa sede. Da Banzi e indirizzati a Roma non partono comunque solo problemi e profonde, dogmatiche irrequietezze ma anche i concreti profitti delle sue terre: il denaro. L’Abate Domenico nel 1323 spedisce a Roma duecento fiorini d’oro (19) . Nel 1344 vengono spedite ventisei once d’oro (20). Nel 1346 versa alla Santa Sede dodici once d’oro quali contributi aggiuntivi richiesti per far fronte alle spese della guerra contro i Turchi (21). Nel 1354 l’Abbazia è però costretta a vendere parte dei suoi possedimenti per difficoltà economiche dovute a carestie e guerre. Vende il casale di Andriace, sito presso Montalbano (22). Ed è probabilmente con parte del ricavato della vendita che in questi anni della seconda metà del XIV sec. si costruisce il Palazzo Grande, o badiale, dialettalmente chiamato "Il camino" a causa dei suoi tre corridoi, o camminamenti, che lo attraversano lungo ognuno dei tre livelli che lo compongono. Il palazzo avrà un imponente portale ogivale d’ingresso sormontato da una pietra con incisa la croce benedettina.Nel 1361 è registrata un’altra donazione a Roma : di duecento fiorni d’oro (23). Nel 1391 se ne versano altrettanti dall’allora abate Antonio che riconosce alla Santa Sede che alcuni suoi predecessori non hanno versato alcunchè a Roma e s’impegna a saldare il conto (24). L’elenco dei versamenti continua nelle pagine del Pannelli, così come continua l’elenco dei prelati ai quali viene concessa in commendato l’Abbazia. L’istituto del commendato nacque nella Chiesa come fatto estemporaneo: consisteva nell’affidare vecovadi e monasteri in commenda, cioè in custodia ed affidamento ad onesti ecclesiastici (25) Dopo la perdita della Terra Santa e il ritorno in Patria di molti vescovi latini che dovettero abbandonare le loro sedi di titolarità, i Papi affidarono loro in commenda vescovadi e monasteri, non più in via temporanea ma perpetua. La necessità aprì la strada all’abuso: perciocchè cupidi i prelati di godere di molti benefizi, senza opporsi direttamente a’ canoni, che ne vietavano la pluralità, pensarono di procacciarne parecchi in commenda, per aggiungergli al principale, che avevano in titolo: abuso, che si rendè considerabile nella lunga dimora dei Papi in Avignone, tra perché allora e’ non godevano liberamente delle loro entrate in Italia, e assai più perché dovettero servire alle voglie de’ re di Francia. (.....) Dava non però color di giustizia all’abuso la vita comune, mancata in que’ secoli nella maggior parte de’ monasteri, e la lautezza e ‘l dissipamento, con cui vivevano gli abati, ingrassando i loro parenti in pregiudizio de’ monaci, e de’ poveri. Laonde si domandavano da’ prelati secolari, e si ottenevano i monasteri sotto manto di riformargli; il che, a dir vero, per l’ordinario non si faceva, o si faceva l’opposto" (26)

Il primo affidamento in commendato dell’Abbazia bantina è documentato nel 1420 quando Lorenzo de Mitzilis o de Mitzinis (27) ottiene in commendato il monastero dal Papa Martino V. Succedono al protonotario apostolico Lorenzo i seguenti prelati:Donato della Stella, dal 1425; Cosimo degli Orsini, canonico di San Pietro e notaio Apostolico,dal 1455; Antonio de Montzia o Montigia, canonico napoletano ventitreenne, dal 1456; Luigi d’Aragona, diacono cardinale e figlio di Ferdinando Re delle due Sicilie, dal 1507; Iacopo Monsorio, chierico napoletano, dal 1519; Annibale Monsorio, pronipote del primo, dal 1521; Ferrante Monsorio, fratello minore di Annibale, dal 1536; Giovanni Michele Saraceno Napoletano, prete cardinale ed arcivescovo di Acerenza e Matera, l’ebbe in commenda dal 1553 da Papa Giulio III; Luigi d’Este, diacono cardinale della casa dei duchi di Ferrara; Ercole Estense Tassoni, dal 1578; Ottavio Tassoni, parente di Ercole, dal 1609; Scipione cardinal Borghese, già Caffarelli, dal 1609 ebbe la commenda da suo zio Papa Paolo V; Francesco Maria cardinal Brancaccio, napoletano, dal 1633; cardinale Francesco Barberini, nipote del Papa Urbano VIII, dal 1634; Maffeo Barberini, nipote del primo, ebbe la commenda all’età di dodici anni dallo zio cardinale nell’anno 1644; Carlo Barberini, fratello di Maffeo e cardinale, dal 1652 fino al 1705; il cardinale Francesco d’Acquaviva nel 1707, dopo due anni di vacanza; il cardinale Vincenzo Petra nel 1725; il nunzio apostolico in Spagna Enrico Enriquez dal 1747. (28) Nel XV secolo, dopo secoli di splendore e di fervida presenza anche quantitavimente significativa nel numero dei mocaci badiali, l’Abbazia si riduce a poco più di "un’abitazione deserta con chiesa abbandonata" (29) Nel XVI secolo, probabilmente tra il 1507 e il 1521 ma senz’altro nell’anno 1536 sotto il governo di Iacopo Monsorio, si avvicenderanno ai Benedettini gli Agostiniani.

Nel XVII secolo l’Abbazia ritorna ad essere una delle maggiori dell’allora Regno di Napoli, "e forse per rendite la prima dopo quella di San Leonardo in Puglia" (30) come lo si deduce dalle lettere alCardinal Borghese del suo agente in Napoli, Americo Americi, ("... degli effetti dell’abbadia di Banzo, li quali sono molto importanti, e dico di nuovo, (...) che questa abbadia è principalissima, e camina appresso a quella di S.Leonardo di Puglia de’ signori Caetani ect." (31) Il Cardinale aveva ordinato all’abate del monastero bantino, Antonio Blaselli, un rendiconto dei possedimenti dell’Abbazia stessa. Nella relazione che il Blaselli invia al Cardinal Borghese, nell’elencare tutti i beni in possesso nonché gli inventari di ciò che nella Chiesa stessa è contenuto (altari, tele, ori, reliquie ect.) dice che l’ abbazia "è stata fatta esente da Papa Clemente VIII" (32) ribadendo il possesso dell’istituto del Nullius di cui l’Abbazia godeva, così come precedenti abati avevano già fatto intitolandosi ordinari nullius dioecesis, così esercitando "(senza minimo richiamo, nonché opposizione degli arcivescovi Acherontini) tutti que’ diritti che a prelati esenti della terza e più sublime classe si convengono, giusta la dottrina de’ canonisti, e le recenti decisioni ect..." (33). Per tutta la seconda metà del XVII sec.le provincie del Regno furono molestate da fuoriusciti e banditi. Motivi politici e di estrema povertà furono alla base del fenomeno. Di questo periodo è la relazione del vescovo di Gravina Accadio Ricci. La relazione, inedita, era sconosciuita al Pannelli (34) che nelle sue Memorie bantine di quest’epoca cita un episodio di cronaca scrivendo che in zona di banditi "N’erano sopra ogni altra contrada ripiene le vastissime foreste di Banzi, ove accorsero l’anno 1665 alcuni dell’Udienza provinciale di Basilicata con numerosa squadra di birri, al cui avviso ritiratisi i malviventi dentro la badia, e quivi serrate le porte, e col favore dei fratifortificativisi si misero in istato di difesa. 

Non essendo a que’ dell’Udienza riuscito nè con promesse, nè con minacce d’indurre essi frati ad aprire le porte, tentarono di farsi adito e penetrare addentro coll’aiuto delle scale, ma quando un de’ lor caporali, oltre ogni altro animoso ed ardito, si disponeva adentrare per una finestra in una cella, dove abitava un tal p.Alessandro da Matera, questi, niente meno di lui bellicoso, veggendolo carico d’armi, e con un coltello in mano sguainato, fu pronto  ad appoggiare lo  schioppo sulla soglia della finestra, ma in modo che non si vedesse al di fuori, e dato fuoco alcomparire della testa del caporale, ferillo in mezzo alla fronte, onde cadde morto dalla scala. Quindi lo stesso colpo, come fu scritto, o altro, come sembra più verisimile, tirato dallo stesso frate, andò a ferire ed estinguere altro birro, che salito su un melo incontro e presso la detta finestra, pensava per essa introdursi nel monastero. Per vendicare un tale attentato si ricorse dal ministro di quella spedizione alla vicina terra di Genzano, dove al suono della pubblica campana adunatosi buon numero di gente armata, andossi in Banzi ad espugnare il monastero. N’erano in quel mezzo usciti i malviventi, i quali imboscatisi nelle circostanti foreste se ne stavano sicuri, restando solo dentro il recinto della badia i pochi frati coi non molti contadini, che chiuse e rinforzate le porte si tenevano quivi guardati. Sopraggiunta intanto la nuova comitiva, nè si volendo acchetare ancorchè sapendo che ne fossero partiti i malviventi ottenne tra colle minacce di ferro e fuoco, e soprattutto colle promesse avvalorate da giuramenti di non maltrattare veruno che i rinchiusi le aprissero le porte. Come entrarono que’ furibondi dimentichi de’ patti e de’ giuramenti prestati, e non curata l’immunità del luogo e delle persone, si diedero a percuotere, ferire ed insanguinare indifferentemente religiosi e  contadini, e con maggiore rabbia si avventarono contro il p. Alessandro che d’ogni altro più malmenato condussero legato, e quasi trascinandolo alle carceri pubbliche e laicali del tribunale della provincia. In quel tumulto un caporale soprannominato il Cieco di Nuvea ebbro di furore per non aver trovato in chiesa que’ che vi credeva rifuggiati, diede con un colpo di coltello sulle gambe di un Crocifisso, d’onde è costante fame che miracolosamente sgorgassero alcune gocciole di sangue: il qual Crocifisso ora si conserva nel coro di notte del nuovo convento coll’iscrizione del fatto. Tutte le suddette particolarità vengono riferite dal p. Cancellara sulla fede di tre onesti, probi, e molto civili cittadini di Genzano, e un di essi parroco e capo di quel clero, che furono l’arciprete dell’Agli, un fratello di lui, e Grancesco Bucini, tutti e tre testimoni oculari, siccome coloro che si trovarono presenti a sì fatte tragedie".(35) A seguito di questo avvenimento il Cardinale Carlo Barberini, commendatario dell’Abbazia, scomunica e fa punire tutti i protagonisti di simile azione, licenzia gli Agostiniani dalla badia e li sostituisce con i Minori Riformati (36). Nel perimetro dell’abbazia già da tempo vivono anche i lavoratori e i contadini del villaggio con le loro famiglie. Anche per ridare dignità religiosa al luogo eliminando la promiscuità coi laici, chiesero ed ottennero, nel 1666, la possibilità di erigere un convento a fianco al complesso badiale.

Dal 1688 al 1698 il Cardinale assicurò in maniera fissa e sicura, e non più saltuaria come prima, cento ducati all’anno per la fabbrica. Ma nel 1704 egli morì. Vi successe il Cardinale Francesco D’Acquaviva che non potè più garantire l’invio della somma a Banzi perché "furongli dal regio fisco sequestrate le rendite, come tutti gli altri suoi beni in esso regno " (37). L’annosa conflittuosità di interessi tra Chiesa e Stato ancora una volta si ripresentò. Nel 1707 il regno di Napoli, fino ad allora alle dipendenze del re cattolico di Spagna, Filippo V, fu conquistato dagli austriaci di Carlo III che iniziò una politica non più favorevole alla Chiesa. Il convento viene comunque infine edificato e nel 1737 vengono anche ultimati i lavori della nuova chiesa. Sia la nuova chiesa che il convento continuano, coi manufatti badiali e i possedimenti del monastero, ad essere sempre dirette proprietà della Santa Sede e, quindi degli abati commendatari, "nè alcun diritto hanno in essi l’ordine, la provincia, e generalmente e frati di San Francesco, o altri: onde con piena verità, e con tutta giustizia fece il cardinale (Petra) apporre nel frontespizio di quel tempio l’iscrizione, in cui si leggono queste parole" (38) , che altro non riportano se non il diploma, apocrifo, attribuito ad Urbano II e del quale sembra conclamata sia la falsità dell’erezione del monastero ad opera dei normanni sia la circostanza che Papa Urbano II sia stato monaco a Banzi. L’iscrizione riporta:

Abbatiam hanc ordinis Sancti Benedicti

Sub titulo Sanctae Mariae de Bantio

A Normandis extructam

Religione et antiquitate venerabilem

Urbanus II primo monacus incoluit

Deinde summus pontifex solemni ritu dedicavit

Et spiritualibus donis locupletavit

Romanae Ecclesiae reservavit anno MXC

Vincentius tit. Sancti Petri ad Vincula

Presbyter cardinalis Petra

Maior paenitentiarius S.R.E.

Praefectus Congregationis de propaganda fide

Patritius Neapolitanus ex ducibus Vastigirardi

et abbas commendatarius

Ecclesiam vetustate collabentem

Denuo a fundamentis erigi

Et in elegantiorem formam ornari curavit

Anno MDCCXXXVII.

Sempre nel 1737 la nuova chiesa e i suoi sette altari vengono consacrati dal Vescovo di Venosa Corsignani. Il Cardinale Petra morì nel 1747. L’anno prima era morto Padre Francesco da Cancellara, dal 1733 a capo del governo del convento ed autore di memorie bantine custodite, secondo il Pannelli, nella biblioteca del monastero ma mai ritrovate. Nello stesso anno Benedetto XIV nomina abate di Banzi il nunzio apostolico in Spagna, arcivescovo di Nazianzo Enrico Enriquez, napoletano, e concede varie indulgenze tra le quali l’indulgenza plenaria completa per il giorno dell’antica consacrazione della Chiesa, il 24 agosto, e "indulgenza perpetua di sette anni e sette quarantene per le altre sei solennità della B.Vergine, e per tutti gli altri venerdì di Quaresima" (39). Nel 1750 fu edificata una cappella in campagna, sotto le volte della grande stanza della panetteria della masseria detta del Cardinale dove vi lavoravano almeno ottanta persone. (40) La località è oggi detta della panetteria e la chiesa ricordata come quella di Sant’Isidoro. Al di sopra della porta della chiesetta, che aveva anche un campanile, fu posta la seguente iscrizione:

D.O.M

In honorem

Purissime Virginis ab Angelo salutate

Sanctique Isidori Agricolae

Aediculam hanc

Pro Bantinis agricolis

Praedia Mariana colentibus

Henricus

Archiepiscopus Nazianzenus et abbas monasterii

Sanctae Mariae in Bantia

Dum pontificiam legationem in Hispaniis

Fungeretur

Erigendam curavit anno iubilaei

MDCCL

Nello stesso anno fu dorato il pregevole organo della Chiesa e, soprattutto, fu indetto anche a Banzi il Giubileo dell’Anno Santo 1750 che Papa Benedetto XIV, serrate le Porte Sante a Roma alla vigilia di Natale, "distese per sei mesi a pro di tutta la cattolicità (...) colla costituzione "Benedictus Deus" (41) dichiarando che la celebrazione magni iubilei era diretta ad archiepiscopos, episcopos, aliosque locorum ordinarios.E poichè l’abate commendatario di Banzi godeva del titolo di ordinario su territorio nullius dioecesis, a Banzi venne pubblicato il Giubileo per ordine del suo abate Cardinale Enriquez che trasmise al suo vicario in Banzi, De Simone, l’epistola enciclica di Benedetto XIV e tutte le indicazioni necessarie con lettera del 2 febbraio del 1751. Nel mese di aprile il vicario del Cardinale Enriquez, padre De Simone, pubblica a Banzi l’editto del Giubileo, indicando il beneficio delle sacre indulgenze e prescrisse, per ottenerle, che le due chiese, quella badiale e quella di Sant’Isidoro in campagna venissero visitate per quindici volte ciascuna, e ogni volta il penitente ricevesse il sacramento dell’eucarestia. (42)

Nello stesso anno del Giubileo viene iniziata, per essere ultimata l’anno dopo, la costruzione dell’alloggio per il vicario. Molti locali della Badia erano abitati dai contadini o affittati e c’era la necessità di avere locali dignitosi per l’abate o i suoi vicari (43). L’edificazione della casa del vicario, agli occhi dei moderni che ne chiedono l’abbattimento, non fu felice essendo stata fatta a ridosso della facciata destra della chiesa. Il corpo aggiunto utilizzò infatti come muro la stessa facciata destra della chiesa. E’ un corpo completamente estraneo all’imponente semplicità della facciata romanica che ha di fatto stravolto, togliendo anche "aria e respiro" alla chiesa stessa per l’ulteriore conseguenza di aver drasticamente ridotta l’area del sagrato. All’interno della chiesa la testimonianza del passato è comunque viva e presente. Tra le ricchezze artistiche che contiene si citano:

  1. l’organo, databile tra il XVII e il XVIII secolo. E’ con cassa a trifora intarsiata sormontata di fastigio intagliato e decorato lateralmente da fogliami a rocailles. Sul retro ha due tempere forse cinquecentesche, ed ha una bellissima cantoria intarsiata.
  2. Il coretto, situato dietro l’organo e comunemente chiamato "coro notturno. Databile nel XVIII
  3. si sviluppa su tre lati e in ordini di cui il primo comprende 15 scanni e il secondo semplici bancali.

    E’ decorato da specchiature separate da lesene corinzie e sormontate da cornicione.

  4. Il coro a 17 scanni, sempre del XVIII secolo, che si sviluppa su tre lati del vano retrostante l’altare.

E’ realizzato in noce, ad un ordine, con sobria decorazione architettonica nelle specchiature. Il secondo ordine è stato demolito in epoca recente.

4. Madonna in legno policromo, detta di Francavilla, del XIII secolo. La scultura raffigura la Madonna seduta su di un trono con due angeli nel dossale e sormontato da baldacchino a corona con ampie volute e sfingi nella base. Ha in in braccio il Bambin Gesù che con la mano destra benedice mentre con la mano sinistra stringe una sfera. La scultura, sempre per opera di mastri locali, ha subito vistose alterazioni nel XVII secolo.

  1. E’ del XVII secolo, e di scuola napoletana, l’alzata d’altare in legno dorato e intagliato con due semi-colonne corinzie, decorazioni a fogliame, timpano mistilineo con protone angelica al centro
  2. e, lateralmenete, due figure di cariatidi.

     

  3. Sull’altare maggiore è invece collocata la fastosa incorniciatura dell’icona dellaVergine, realizzata in legno traforato e intagliato a ricco fogliame e rocailles. In basso porta lo stemma del Cardinale Petra e in alto due putti a tutto tondo che sorreggono la corona. Venne eseguita a Roma, da finissimo intagliatore della prima metà del XVIII secolo e costò al Cardinale Petra 120 scudi.
  4. Nell’incorniciatura vi è l’icona, del XIII secolo, del volto della Vergine, inclinato lievemente a
  5. Sinistra, col capo coperto da maphorion, l’incarnato verdastro rialzato da fiammature di luce; sulle guance si scorgono le tipiche lunelle rosate. Si tratta di un frammento di una originaria Odygitria di cui si è salvato solo il volto, e che ha completamenti seicenteschi nel mantello, sui capelli, nella gemma della veste e nel fondo.

  6. Trittico del XVI secolo attribuito ad Andrea Sabatini da Salerno, raffigurante: San Pietro che legge il Vangelo mentre nella mano sinistra stringe le chiavi, il Battista in ampio manto che si appoggia all’asta di una lunga croce e la Vergine che allatta il Bambino. La policromia squillante ha toni smaltati.
  7. Dipinto del XVI secolo attribuito a Pietro Antonio Ferri e raffigurante il Cristo, movimentatissimo,
  8. In piedi sul sarcofago e che, tra lampi di luce, brandisce l’asta del gonfalone con la destra. Ai suoi piedi sei soldati con gesti di stupore. La cornice intagliata ad ovoli è coeva.

  9. Uno stipo reliquiario in legno, datato seconda metà del XVIII secolo, in legno intagliato e dorato, diviso in due sezioni contenenti ciascuna quattro file sovrapposte di tre nicchie a centina mistilinea e riquadrate da cornicette modanate. La base ha tre vani rettangolari con misure differenziate fra loro e delle sovrastanti nicchie. E’ opera di un ebanista locale ordinata per riporvi le sacre reliquie che nel corso del tempo, e per ultimo nel 1754 dal Cardinale Enriquez, furono donate al monastero.

Delle innumerevoli reliquie, anche di imperatori, regine e re, ci si limita a citare):

1."paticolara del legno della SS.Croce di nostro Signore Gesù Cristo";

2. "particola del Sacro velo della Beata Vergine";

3. "particola delle Sacre Ossa di S.Vito martire";

4. "particola delle Sacre Ossa di S.Pietro d’Alcantara";

5. "particola delle Sacre Ossa di S.Pasquale Baylon";

6. " varie reliquie della Santa Famiglia, estratte dalla Chiesa di S.Anastasia di Roma, ed inoltre

particole delle Sacre Ossa di S.Anna, di S.Gioacchino e di S.Giovanni Battista";

7. "reliquie de’ SS.Apostoli Pietro e Paolo";

8. "cassetta assai nobile e decente, con entro le sacre ossa di Santa Castoressa martire, che col vaso del sangue, e coll’iscrizione dinotante il nome, il giorno del martirio e gli anni della vita di lei,furono trovate nel cimitero di Callisto l’anno 1749 ".(44)

A quanto sopra si devono aggiungere altre opere quali oli su tela o statue lignee databili tra il XVII e il XVIII secolo. Di epoca molto più remota è invece il mosaico policromo del pavimento che era della chiesa romanica dell’XI secolo consacrata da Papa Urbano II il 24 agosto del 1089 quando soggiornò nell’abbazia bantina di ritorno da Montecassino (45). Era, all’epoca, una chiesa a tre navate con tre absidi, con l’ingresso arretrato rispetto al nuovo assetto settecentesco. Ancora oggi son ben visibili i segni di com’era intorno all’anno Mille. C’era un porticato prima dell’ingresso vero e proprio, che faceva un corpo unico con tutta la chiesa, con tre arcate frontali e due laterali. Il mosaico pavimentale composto da "frammenti in pietra calcarea e cotto di colore bianco, avorio, rosso e nero in diverse gradazioni" (46) è stato portato alla luce durante i lavori di ristrutturazione della Chiesa in seguito al terremoto del 1980. Le tessere del mosaico sono state recentemente ricomposte. Sono raffigurati i simboli dei quattro Evangelisti: il leone per Marco, il vitello per Luca, l’aquila per l’Evangelista Giovanni e la figura umana per Giovanni. Vi è inoltre traccia di un altro animale non chiaramente definito e decorazioni di cornice e di riempimento. Il mosaico viene citato in una lettera scritta dal vescovo di Venosa, monsignor Corsignani, all’abate Cardinal Petra nel 1728, ed è all’epoca in cattivo stato a causa delle infiltrazioni d’acqua dal soffitto (47). Non a caso la chiesa verrà immediatamente dopo ristrutturara.Naturalmente in quegli anni non esiste ancora, al di fuori delle mura badiale, un impianto urbanistico che possa essere riferito ad una struttura civica comunale. Così infatti descrive il Pannelli, nelle sue memorie, il casale di Banzi. " Il casale di Banzi, miserabile avanzo dell’antica città di Banzia, giace sul piano di un’amena collina, la cui lunghezza eguale alla larghezza è di circa quaranta passi geometrici, e gode di un perfetto ed allegro orizzonte, quantunque l’aria nella state, forse per gli eccessivi calori, non sia molto sana. Chiuso da altissime mura tutto il suo distretto, nel quale dalla parte di occidente si entra per una gran porta, che ogni sera per la sicurezza degli abitanti si chiude, e poi pel comodo de’ medesimi si apre la mattina di buon’ora, e tiensi aperta tutto il giorno. V’ha inoltre nell’istesso recinto di mura, e dalla parte stessa occidentale, altra gran porta detta Santa, e collocata dirimpetto alla chiesa, la quale non si apre se non in occasione di feste solenni.

Per le dette porte si entra in un ampio cortile, che altri assomigliò al magnifico claustro del Collegio romano de’ padri della Compagnia di Gesù incontro al quale vedesi la casa abbaziale, destinata ora per uso degli affittuari, e consistente in una gran sala e sei stanze da un lato, e due dall’altro, a cui si monta per una scala assai comoda. Nel pian terreno di essa casa v’ha un competente magazzino, ed una buona stalla; come altresì presso la medesima il mulino, il forno, ed altri comodi. Dintorno al divisato cortile, ed annesse a varie logge, e a’ dormetori medesimi, ove ne’ vecchi tempi eran le celle de’ monaci, si numerano ottantadue casette, tutte di ragione della badia, ristorate, rinnovate, ed accresciute in questi ultimi anni scorgendosi in un canto di esso cortile, e precisamente in quello spazio che v’ha tra la porta Santa, e la chiesa, la nuova abitazione fabbricata pe’ vicari, e dianzi descritta. Manca solo nel distretto del lodato casale il comodo delle acque sorgenti, ma in poca distanza da esso, e men di mezzo miglio nelle falde del monte si trovan disperse in vari luoghi, come per tutto l’ampio suo territorio, vaste fontane di buonissime acque. E v’ha ancora in mezzo a quelle falde ove vigne, ove  alberi fruttiferi, e generalmente i vicini terreni sono tutti alla coltura e molto fertili. Quanto al suo popolo, composto tutto di contadini o sien lavoratori della nostra badia, abita in gran parte nella sopraccennate ottantadue casette, ed altri si mantengono nella masseria detta del Cardinale, oltre ai custodi d’armenti, che menan lor vita nella campagna, e dormono ne’ pagliai: essendo il numero delle sue anime, ora più ora meno, circa quattrocento. Vien questo piccolo gregge retto nello spirituale dal vicario dell’abate, e da un parroco amovibile ad nutum, ch’ è sempre un religioso del convento di Banzi: il quale, come per tutti gli altri confessori dello stesso convento ricevono, dopo il debito esame e l’approvazione, le patenti colle facoltà opportune da esso abate, o suo vicario, e quando al temporale, è retto da un giudice laico, con titolo di Governatore, che vi amministra la giustizia."(48) Questo casale e questa gente poche decine di anni dopo, appellandosi agli ordinamenti comunali del reame di Napoli promulgati da Gioacchino Murat, inizierà a rivendicare diritti di municipalità che lottando riuscirà infine a conquistare quando, nel 1904, otterrà l’elezione di Banzi a Comune.

 

NOTE

1. - Filippo Ambrosini e cav. Gennaro Ricotti, in "Per la insigne città di Banzi contro il Pubblico Demanio nella sezione

della Corte di Appello in Potenza" 11 luglio 1866 -Stab.to Tipografico V. Santanello, Potenza, 1866;

2. - Anno della deposizione dell’ultimo imperatore romano d’Occidente: Romolo Augustolo.

3. - Venutosi a formare sia per la donazione del 728 del castello di Sutri alla Chiesa da parte del re longobardo Liutprando

II, che per le alleanze con la stirpe carolingia prima di Pipino il Breve e poi di Carlo Magno.

4. -Domenico Pannelli – "Le memorie del monastero Bantino, o sia della Badia di Santa Maria in Banzia, ora Banzi:

pubblicate d’ordine del Cardinale di Sant’Eusebio Abate commendatario di essa Badia da Domenico Pannelli

suo segretario", a cura di Pietro De Leo, introduzione di C.D.Fonseca- Comune di Banzi - Edizioni

CooperAttiva, Montescaglioso (Mt), 1995, p.24.

5. - Ibidem, p.25-27.

6. - Ibidem 38-39.

7. - Ibidem: in Introduzione a cura di C.D.Fonseca.

8. - Ibidem, p. 59-60.

9. - Antonucci 1943, 8-12.

10. - Pannelli: opera citata, v. nota 3.; p.63-64.

11. - Kehr - L’Italia Pontificia – vol.IX, 1962, p.461.

12. - Ibidem, p.463.nota

13. Pannelli: opera citata, v. nota 3. – p. 111.

14. – Pannelli: opera citata, v.nota 3; p.77.

15. – Bianca Capone - Vestigia templari in Italia - Casa Editrice Templari, Roma, 1979 – p- 104.

16. – T.Pedio, in "Cartulario della Basilicata", I vol., Appia Editrice 2, Venosa, 1998, pag. 237;

17. – G. Fortunato, Badie, I, pp.78 e s.;

18. – ibidem nota n,.16, pag. 275;

19. – Pannelli:, opera citata, v..nota 4, p. 111.

20. - Ibidem, p. 112.

21. - Ibidem, p.112.

22. – Ibidem, p. 98-102.

23. - Ibidem, p.112.

24. - Ibidem, p.112.

25. - Ibidem, p.115.

26. -Ibidem, p.116-117.

27. - Ibidem, p.118.

28. - Ibidem, p.118-12.

29. - Ibidem, p.117.

30. - Ibidem, p.123.

31. - Ibidem, p.123.

32. –Ibidem p.125.

33. – Ibidem , p.125.

34. – in appendice n. 2 pagine di Accadio Ricci, relazione del 1634 (inedita), Archivi Vaticani, dietro gentule segnalazione del

prof. Michele Feo

35. - Ibidem, nota n. 19, p.127.

36. - Ibidem, p.127-129.

37. – Ibidem, p.132.

38. – Ibidem, p.138 e 139.

39. – Ibidem, p.145 e 146.

40. - Ibidem, p.147.

41. - Ibidem,p.148

42. - Ibidem, p.149.

43. - Ibidem,p.150.

44. -Ibidem, p.209-210.

45. - Ibidem, p.39.

46. - Monasteri italogreci e benedettini in Basilicata, a cura di L.Bubbico, F.Caputo, A.Maurano – Ministero Beni Culturali e Ambientali – Soprintentenda Beni Ambientali e Architettonici della Basilicata – Editoria Elettronica Soc.Coop. a.r.l. , Matera 1996 – Vol. I, p.56.

47. - Ibidem, p.181;

48. – Pannelli, opera citata, v.nota n.4, p.152.

 

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